lunedì, 12 marzo 2007
Il titolo sulle prime pagine di tutti i giornali. Attentato a Madrid. Un ordigno aveva causato la morte di dodici persone in un palazzo del centro. Era sabato mattina e gli uffici avrebbero dovuto essere vuoti. Ma le vittime, un gruppo d’impiegati che il lunedì successivo avrebbe dovuto cominciare le ferie, stava sistemando le ultime pratiche.
“Così non otterranno mai niente.”
Passeggiare con lei tra le stradine in pendenza di San Sebastian.
Eravate risaliti per una strada ripida che passava in alto sopra un costone di roccia a picco sull'oceano Oltre le case la strada proseguiva sotto un arco di alberi. Il cielo era grigio.
Qualche macchina veloce sull’asfalto scuro. Il lembo di coperta colorata che spuntava da una macchia di cespugli al di la del guardrail e i vestiti ammonticchiati poco distante.
Eravate passati oltre cercando di non disturbare, un po’ imbarazzati dai gemiti provenienti dai cespugli. No. Non era imbarazzo.
In cima siete rimasti a guardare l’oceano blu scuro orlato dalla schiuma bianca delle onde. La città là in basso era improvvisamente diventata triste.
Cominciarono a cadere le prime gocce. Le tue mani che frugavano sotto la sua maglietta.
“E’ meglio che andiamo.” Dirtelo mentre ti passava le unghie dietro la nuca e con l’altra mano ti accarezzava il basso ventre non dava molto credito alle sue parole.
Facendo finta di niente le avevi fatto scattare il gancetto del reggiseno. Un secondo di autocompiacimento che ti prende ancora adesso ogni volta che ti riesce bene al primo colpo. Persino con Antonella, anche se poi lei se ne usciva con battute idiote.
L’acqua che vi colava addosso lavò via definitivamente la sua proposta.

Pioveva ancora.
In modo irregolare le prime luci della sera cominciavano ad accendersi.
“Domani devo tornare a casa.” Ti guardava con occhi malinconici che faticavi a reggere. Per te era stata importante quella storia, ma per lei era stata la fuga da tutto ciò che non riusciva più a sopportare.
Bagliori improvvisi tra le nuvole sopra l’oceano, accompagnati da tuoni rumorosi.
Inutile ripeterle che non era obbligata a tornare.
Gli avevi detto soltanto che tu eri lì e che ci saresti stato ogni volta che ne avesse avuto bisogno.
Quelle cose che si dicono da ragazzi, specie quando uno si sente il personaggio di un film o magari di un romanzo mal riuscito.

Sul lungo mare c'era un corteo. Sventolavano striscioni autonomisti e bandiere basche. La gente marciava in ricordo delle vittime della bomba prendendo le distanze dalla lotta armata.
“Almeno qualcuno l'ha capito.”
Sembrava che tutto procedesse bene, ma le scaramucce fra qualche giovane manifestante e alcuni agenti erano degenerate. Siete corsi all’entrata dell’hotel evitando di poco la prima carica.
Guardavate da lontano lo scontro tra i manganelli e le bandiere, fino a quando una nuvola di lacrimogeno nascose la scena e le urla si riempirono di un disperato isterismo.
Ospiti e personale erano così presi dallo scontro che non badarono neppure a voi che entravate gocciolanti sul tappeto rosso.

Mise un cd di Ana Belén nello stereo.
Partirono le prime note tristi de El hombre del piano sotto uno scroscio di applausi registrati dal vivo insieme alla canzone.
Judith aveva davvero gusto.
E ancora ti chiedi cos'avesse visto di buono in te.
Avevate consumato in camera una cena a base di pesce e due bottiglie di vino bianco, secco. Uno di quelli che stordiscono subito.
L’acqua nelle pozzanghere era sporca di sangue e lei piangeva nel riflesso della finestra.



san_sebastianFoto fonte: Edith Frost's photos


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lunedì, 12 febbraio 2007
“E se non avessi saputo nuotare?”
“Fatti tuoi.”
“Quando ti ha colpito non pensavo ti rivoltassi così.” Era visibilmente allegra.
“Era tanto che non sentivo il rumore dell’ossicino che si spezza sotto le nocche. Sul momento da un certo piacere. Quando sei un ragazzino timido, solitario e un po' ciccio, se vuoi uscire di casa devi impari a colpire forte dove fa più male… e a scappare subito dopo.”
In fondo non era stata la peggiore delle adolescenze possibili.
La spiaggia non era affollata, ma la gente li guardava incuriosita uscire dall’acqua.
“Qua finisce che ci prendono per clandestini.”
“Sul momento mi era sembrata una buona idea.” Tirò fuori il portafoglio e il telefono. I documenti si erano salvati grazie alla custodia di plastica, ma i soldi erano una poltiglia colorata. Guardò il bancomat e la carta di credito con aria interrogativa. Al peggio aveva ancora qualcosa nel borsone. Poi fu la volta del cellulare. Non sembrava in buone condizioni, ma era ancora accesso. Provò a chiamare un numero a caso e sentì squillare mentre un grumo di bollicine usciva dai fori del microfono.
“E poi dicono che sono delle baracche.”
“Il mio è andato.”
“Mi spiace. Il mio fa le bolle.”
“Magari la scheda s'è salvata. E poi non mi andava di rimanere lì con il nostro amico.”
Bart si accorse dell’indice destro che gli faceva male. Più tozzo del solito.
“Merda.”
“Che c’è?”
“Mi sono insaccato un dito.” Lo afferrò stretto cominciando a tirare. Faceva un male porco e lui non era più abituato al dolore, ma tirò fin quando non sentì un clack. Sarebbe rimasto gonfio almeno fino al giorno dopo, ma almeno le ossa erano di nuovo ordinate una in fila all’altra. Che male però.
Elisa andò verso una doccia.
“Che fai?”
“Bagnata per bagnata almeno mi tolgo la sabbia, il sale e tutto quello che non voglio immaginare ci fosse nell’acqua del porto.” Si mise sotto il getto freddo. I jeans e la canottierina incollati al corpo attirarono ancor più l’attenzione di un gruppo di ragazzi.
Bart non riscosse lo stesso successo di pubblico. Si ripulì il labbro. Era livido e gonfio ma non sanguinava quasi più.
“Il tipo ha ragione, da bambino volevo fare davvero l’investigatore privato. Avevo anche il manuale del detective di Topolino in versione Philip Marlowe e un bruttissimo cappello di panno a tesa larga. Una figata pazzesca, allora Gambadilegno, Tubi e Macchia Nera erano ancora dei cattivi seri, armati e pronti ad uccidere il topo. Poi li hanno ripuliti e ho dovuto ripiegare su Magnum P.I. anche se io andavo in bici.”
“Riesci a rimanere serio per un po’?”
“Devo?”

“Tutta la storia del telefonino e adesso compri una scheda?”
“A volte quando parto con uno stream of consciousness d'idiozie ne viene fuori qualcosa di buono. Chilometri di pellicole e chili di libri polizieschi a qualcosa saranno serviti.”
“Metti in ordine le parole e i concetti per favore”
“Camicia Bianca e il capitano della polizia portuale sanno chi sono e dove lavoro.”
“E allora?”
“Gli sarà difficile controllarmi anche il telefono? Persino a Topolino e al governatore della Banca d’Italia succedono queste cose. Poi magari sono solo paranoico. Però intanto ho scoperto che la carta di credito funziona ancora.”

Mangiarono un'insalata mista e un panino in un bar. Bart si era seduto dando le spalle al bancone e guardava la porta d’entrata. In venti minuti compilò un intero catalogo di bellezze femminili molto svestite, ma per fortuna nessun losco figuro arrivò a turbare la pace sonnolenta del locale. Stava involontariamente ritardando il momento della telefonata.
La radio parlò di un ragazzo accoltellato la sera prima in un locale della zona, di una nuova ondata di clandestini e di una bomba esplosa nel parcheggio di una centrale elettrica nel nord del paese. Una telefonata aveva avvertito la polizia mezz’ora prima dell’esplosione rivendicandola a nome dell’ETA.



jugando_un_poco_HDRFoto fonte: Chodaboy's photos



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lunedì, 05 febbraio 2007
Prima di alzarsi Bart prese il cellulare.

...
“Come chi è? Bart. Hai cancellato il mio numero?”
...
“Lo so che sono cinque anni, ma sei un bastardo lo stesso. Io il tuo c’è l’ho ancora.”
...
“Senti, sei in vacanza come tutte la persone normali?”
...
“Immaginavo. Ho bisogno di un favore.”
...
“Dai smettila, mi insulti poi quando torno, e ci beviamo anche qualcosa…”
...
“Sì, ho ricominciato. Adesso ascolta. Devi andare a casa mia e farti dare una lettera dalla portinaia.”
...
“Esatto, cento chilometri per una lettera.”
...
“No che non lo so, altrimenti non avrei bisogno di te. Ti ricordavo più sveglio.”
...
“Se fosse a casa me la sarei fatta leggere da lei, ti pare? E’ in Sardegna coi suoi simili.”

“Sono a Ceuta.”
...
“Guarda sull’atlante.”
...
“Per adesso so solo che ci sono di mezzo un omicidio e una multinazionale. Anzi due omicidi, ma uno non centra. Ti stuzzica?”
...
“Ti adoro. Quando sei a Milano squillami che avverto la portinaia, se no finisce che ti fa arrestare.”
...
“Citato per cinque milioni dalla presidenza del consiglio. Ottimo, non ti fai mancare nulla.”
...
“Ciao.”
...

Elisa lo guardava con aria interrogativa.
“Enrico, un vecchio amico. Addirittura più vecchio di me, ragazzina.”
“Sta ancora in piedi?”
“In effetti non so, era parecchio che non lo sentivo.”
“Come mai?”
“Impegni. Miei soprattutto. Divergenze d'opinione. Un po’ d’ipocrisia. Mia anche questa.”
“E la lettera?”
“Di Judith, ho sentito Anto e mi ha detto che era arrivata.”
“Potevi dirmelo prima. Allora non siamo ancora bloccati?”
“Pare di no.” La fissò un attimo. “Ti Piace vero tutto questo?”
“Molto.” Fece una pausa. “E la citazione del tuo amico?”
“Ha una piccola casa editrice. E pubblica tutte quelle cose che gli altri hanno paura di pubblicare.”

Ripassarono un paio di volte intorno alla nave senza avvicinarsi. Salire sembrava impossibile. La passerella incustodita era una bella tentazione. Ma tanta voglia di farsi pestare Bart non l’aveva.
Un marinaio uscì in coperta e si appoggiò al parapetto. Sembrava nordafricano.
Gli si avvicinarono.
“Ciao, scusa…”
“Non capisco, sono algerino.” Disse in uno spagnolo stentato.
“Parli francese?” Gli chiese Elisa passando automaticamente alla nuova lingua.
“Si, abbastanza.”
“Il mio amico è un giornalista italiano, uno famoso. Vorremo qualche informazione sulla vostra nave, sappiamo che trasporta medicinali per i bambini africani.”
“Cosa gli stai dicendo?”
“Siamo qui per un'intervista, ti spiego dopo, tu sorridi, senza esagerare, e fai la faccia da professionista sicuro di sé… sforzati un po’.”
“Io sono solo un marinaio, è il mio secondo viaggio. Non saprei cosa dirvi.”
“Ci potresti far salire? Aspettiamo il capitano, così possiamo chiedere a lui.” Elisa si incamminò disinvolta lungo la passerella fermandosi quasi a metà.
“Beh, non so se posso.”
“Dai, ti prometto che nell’articolo parleremo anche dei marinai gentili che ci hanno aiutato.” Gli fece l’occhiolino e avanzò ancora di due passi. Bart cominciò a seguirla con ammirazione, ma sentendosi abbastanza inutile.
Io a sedici anni non ero così. E se raccontavo una balla mi beccavano dopo cinque minuti.
Il marinaio stava per cedere. Una voce urlò dall'imbocco del molo.
“Cos'avevo detto Jamir? Non fare salire nessuno!”
Bart ed Elisa si voltarono insieme.
“Il capitano.” Sussurrò Jamir.
“Via dalla mia nave.” Un uomo robusto sulla cinquantina, seguito da due ragazzi e da un altro tizio avanzava lungo il molo.
“Che ci fate voi qui?” Continuò a urlare senza che la distanza lo richiedesse, ma questa volta in spagnolo, per imprecare meglio.
L’altro era ben vestito. Pantaloni color kaki, camicia bianca di lino e scarpe da velista. Aveva gli occhi verdi e la pelle abbronzata da mesi di sole. I capelli castani tagliati con la sfumatura alta, con un che di militare.
“Volevamo intervistarla capitano.” Gli rispose Bart cercando per la prima volta di riprendere in mano la situazione.
Il capitano parve divertito e si girò automaticamente verso l’altro. Questo mostrò qualcosa che forse voleva somigliare a un sorriso. Si avvicinò a Bart e senza cambiare espressione gli piazzò un montante in faccia spaccandogli il labbro e facendolo traballare.
Bart si riprese abbastanza e mentre si raddrizzava guardò verso l’inizio del molo. I due ragazzi a far barriera. Spingendola con il braccio fece arretrare Elisa.
“Bisogna essere svelti… Signor Viana, cosa esattamente non le è stato chiaro quando il capitano Marquez le ha detto di lasciar perdere?”
Non voleva una risposta, ma fece ugualmente una pausa per fargli incassare il colpo.
“Non le è bastato a Valencia? Perché non torna al suo bel lavoro invece di giocare al detective? Gli indizi che ha seguito li avrebbe visti anche un cieco, e la fortuna ha fatto il resto. Lasci perdere.”
Bart succhiò il sangue che gli usciva dalla bocca fissando il tizio ed esattamente come aveva fatto lui, senza mostrare l'intenzione gli tirò un pugno in piena faccia, mirando diritto al naso.
“Così?”
Il tizio si portò le mani al naso e mentre un paio di schizzi rossi macchiavano la camicia lui gli mollò un calcio all'inguine e afferrata Elisa si buttò in acqua.



gibraltar vista desce ceutaFoto fonte: kainita's photos


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venerdì, 26 gennaio 2007

Sdraiato sul lato sinistro del letto guardava il soffitto ingiallito senza pensare a niente. Gli occhi che bruciavano, ma tutto quel movimento aveva definitivamente cancellato il principio di sbronza tanto coccolato. Elisa si mosse di fianco a lui. Dopo un po’ si tirò su e andò alla finestra. Tirò il cordino facendo scorrere le tende verticali. Un rettangolo di sole arrivò fino al petto di Bart illuminando il pulviscolo che galleggiava nella stanza. Le persone cominciavano a scendere in spiaggia.
“Potevi lasciarmi qui e andare sulla nave.”
“Lascia stare.”
“Grazie.”
“E poi non avrei avuto la minima idea di come fare a salirci. Mi venivano in mente solo idiozie da film che non sarei mai in grado di imitare.”
“Tipo arrampicarti lungo la catena dell’ancora?” Fece un sorriso incerto. Sembrava essersi ripresa abbastanza.
“Certo, o magari vestirmi da funzionario della polizia portuale e…”
“E?”
“E se gli mandiamo quelli veri?”
“Dammi ancora cinque minuti.” Si sfilò la maglietta e andò verso il bagno. Il rumore dell’acqua scrosciante contro il vetro della doccia i pantaloni di Elisa che atterravano sul tappetino rosa.
Bart prese una birra dal frigo bar.

Avevano lasciato i bagagli nel deposito all’imbarcadero del traghetto e di lì avevano preso per gli uffici della capitaneria.
Rimasero in attesa sulle scomode sedie di legno disposte lungo la pareti di un largo corridoio. Un funzionario in divisa bianca batteva veloce sulla tastiera di un vecchio pc.
“Cosa gli vuoi raccontare?”
“La verità pensavo, anche perché non mi viene in mente nessuna balla decente.”
“Sicuro?”
“Beh, magari omettendo qualcosa e sfumando qualcos'altro.”
L’uomo al computer gli fece segno di avvicinarsi.
“Buongiorno, cosa posso fare per voi?”
“Spero di non farle perdere tempo…”
“Si figuri, dica pure.”
“E’ che ieri sera in un ristorante abbiamo sentito parlare due uomini a proposito di un carico nascosto su una nave, qualcosa che erano riusciti a far passare a certi controlli…”
“Un po’ vago, non crede?”
“Lo so, se reputa che non sia importante per me non c’è problema, ma almeno mi sono tolto il peso.”
“Mmh… certo che non mi dice molto. Non ha sentito altro? Non posso mettere sottosopra tutto il porto.”
“Io sì.” Intervenne Elisa appoggiando i palmi rovesciati sulla scrivania e sporgendosi in avanti. “Quando sei andato in bagno, hanno detto il nome della barca. Cioè, credo che sia il nome della barca.”
“Che sarebbe?” Chiese il funzionario.
“Judith.”
“E non potrebbe essere il nome di una donna?”
“Da come parlavano non sembrava. Perché non guarda se è segnata nei registri?”
“Sei sveglia signorina. Aspettate un attimo, vado a controllare.” L’uomo si alzò sparendo dietro una porta laterale poco oltre le sue spalle.
“Sei sveglia sì, anche se per te attirare l’attenzione è più facile. Ccome a Valencia.”
“Mossa scontata, ma di sicuro effetto con voi maschietti.” Gli strizzò l’occhio. “Non ho voluto dirgli il numero dell’attracco per non esagerare.”
“Perfetta…” L’uomo ricomparve con in mano un fascicolo di cartone e il volto corrucciato. Era accompagnato da un collega. Più magro e graduato del primo, lasciava intravedere ciuffi di capelli grigi che spuntavano dal bordo del berretto.
Tese la mano prima a Bart e poi a Elisa.
“Buongiorno, sono il capitano Marquez. Il tenente Rivas mi ha raccontato la vostra storia.”
“Avete trovato qualcosa?” Chiese la ragazzina con un tono carico d’attesa.
Il capitano la guardò e poi si rivolse a Bart.
“Non so che cosa possiate aver sentito, ma probabilmente avrete capito male. Ringrazio il Signore che ci siano ancora persone come voi, il livello morale di questo paese negli ultimi trent’anni è andato a farsi benedire. Con questo nuovo governo poi… non hanno più rispetto per i nostri valori cristiani. Comunque tornando a noi, credo che sia stato solo un falso allarme.”
“Quindi non controllerete?”
“No signore, la nave in questione appartiene a uno stimato cittadino svizzero e sta portando un carico di medicinali per i paesi poveri africani. Fa spesso scalo qui da noi. E’ impossibile sospettare di...”
“Ma come fa a esserne sicuro?” Lo interruppe Elisa.
“Signorina, la pregherei di non prendersi queste libertà. E se fossi in lei insegnerei alla sua amica come ci si comporta con un uomo. Ora, se volete scusarci...” Lasciò la frase sospesa in attesa che i due si congedassero.
Bart spaziò con lo sguardo lungo il corridoio deserto soffermandosi sulle sedie vuote.
“Sì, vedo. Buona giornata e scusateci se vi abbiamo infastidito.” Si voltò seguito da Elisa e si avviò verso l’uscita.
“Ah mi scusi signor Viana, le sarei grato se lasciasse perdere questa storia.”
Uscirono. Bart rimise gli occhiali da sole infastidito dalla luce diretta. Si fermarono in un parchetto all’ombra di alcune palme dal tronco largo e diritto. Una statua di qualche condottiero circondata da piccoli cespugli curati dominava il centro del parco. Si lasciarono andare sull’erba fresca rimanendo scalzi.
“Fascista maschilista e omofobo di merda! Negli ultimi trent’anni il livello morale di questo paese è andato a farsi benedire.” Fece il verso al capitano. “Ma che si fottano, lui e il suo generalissimo. Se l’avesse sentito il nonno di Bashir…”
Mentre pronunciava il nome la voce le bloccò in gola a cominciò a piangere silenziosa.
La strinse tenendola così senza dirle nulla. Non c’era niente da dire. Aveva ventun’anni quando suo padre era morto e ne aveva sentite abbastanza di stronzate e banalità. Non aveva intenzione di riciclarle con Elisa.
Dopo un po’ lei si riprese a si sfregò gl'occhi. Bart le indicò una fontanella. Andò per bere e si ritrovò chinata su un piccolo tubicino che sporgeva dal centro di una semisfera di pietra. La guardò arrancare verso lo zampillino che ricadeva su se stesso. Si avvicinò e tappò il tubicino gemello. L’Acqua schizzò di colpo in faccia a Elisa.
“Capito come si fa?”
“Stronzo.” Cercò di avvicinarsi di nuovo e questa volta col getto le colpì in pieno la maglietta. Mettendo per altro in simpatica evidenza il piccolo seno.
“Dai! Basta, fammi bere.” Stava ridendo. Bevve a lunghe sorsate, poi tappò il suo tubicino e fu lui a ritrovarsi la faccia fradicia.
Rimasero ancor un po’ sull’erba.
“Perché mi sembra che il capitano ne sapesse parecchio?”
“Forse perché mi ha chiamato per cognome.” Disse ironicamente.
Non le accennò al messaggio di Giulia, cercò anzi di escluderla dai suoi pensieri, ma era la conferma che li stavano controllando.

 

ceuta spain africa

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postato da: bartolomeoviana alle ore 14:58 | link | commenti (1)
venerdì, 19 gennaio 2007
Stavano seduti su un blocco di cemento cubico la cui utilità nessuno si seppe spiegare. La luna disegnava un fiume argentato in mezzo all’acqua nera. Dietro di loro la città illuminata era un’immagine da cartolina.
Da due ore aspettavano senza nessuna garanzia l’arrivo di Judith.
Elisa fumava in silenzio con gli auricolari nelle orecchie. I due uomini riuscivano a sentire l’eco della musica. Dopo la discussione a cena lei e Bashir non avevano più parlato.
Bashir cominciò a passeggiare lungo il molo. Avanti e indietro fino al faro. Bart guardava l’orologio più di quanto avrebbe voluto, rallentando ulteriormente il tempo.
Poco dopo mezzanotte una grossa nave da carico apparve sull’orizzonte. Dapprima solo una luce sfocata, poi la sagoma cominciò a delinearsi.
Ci volle un altra ora perché raggiungesse l’imbocco del porto e poi, accompagnata da un rimorchiatore, completasse le operazioni d'avvicinamento al molo.
Il rumore delle onde riempiva il silenzio e l’attesa.
Era un grosso mercantile.
“Grossa.” Commentò asciutta Elisa.
“Parecchio.”
Bashir tornò verso di loro indicando il natante.
“Guarda la fiancata.” La nave continuava ad avvicinarsi. Bart si alzò spostandosi un po’ per poterla vedere di lato. “Idiota” Sibilò fra i denti mentre tirava una manata a un lampioncino facendolo spegnere. Il palo vibrò sordo e stonato. Aveva imparato da ragazzino che ci si può anche incazzare, ma è inutile prendere di pugno i pali. Le dita poi si rompono.
Un paio di uomini camminavano verso di loro. L'ululato di un cane lontano ruppe il silenzio mentre un'onda di riflusso si spezzò contro la chiglia scura. La Judith attraccò con poche rapide manovre.

Erano tornati nel locale dove avevano cenato. Dalle casse appese agli angoli della stanza un reggaeton di moda quell'estate copriva le voci provenienti dagli altri tavoli. Bart era al terzo mojito in venti minuti. Voleva pensare e non ci riusciva. Bashir sbadigliò, poi si alzò per andare in bagno.
“E’ già finito il tuo idillio d’amore?”
“Non so, ma tanto domani sarebbe partito comunque, ha un popolo da liberare lui. Certo che siamo un bel trio di incasinati.” Sorrise decidendo che forse poteva anche seppellire l’ascia di guerra e non rovinare quelle ultime ore insieme. “Però mi ha dato fastidio oggi, crede di sapere tutto.”
“Sarà che vi somigliate.”
Gli tirò un calcio contro la gamba colpendolo in piena tibia.
“Non sono in vena di frecciatine.”
“Me ne sono accorto.”
“Tu invece ubriacati pure se vuoi, ma dimmi almeno cos'hanno detto i tizi del molo quando sei andato a parlargli.”
“Che la nave porta un carico di medicine diretto in Africa e che domani sera ripartirà per il Golfo di Guinea.”
“Medicine della H&G?.”
“Direi di sì, ma dev'esserci qualcos’altro se hanno ammazzato un uomo per non farlo venire qui stasera.” Finì il mojito con un solo sorso e poi prese a giocare col rametto di menta.
“Cosa pensi di fare?”
“Salirci.”
“Come?”
“Adesso non pretendere troppo. Qualcosa mi verrà in mente, forse. Intanto torno alla nave, immagino che sia più facile di notte.”
“Aspettiamo solo che Bashir esca”
“Non sarà mica morto sul cesso?”
Il cellulare appoggiato sul tavolo s’illuminò. Un SMS con un insieme di caratteri alfanumerici e simboli incomprensibili al posto del mittente. Dovevano averlo inviato da un computer.


Avrei preferito aspettare
che ve ne andaste, ma nn
c’era + tempo. Nn farlo vedere
alla tua amica, se riesci, s’è
mosso troppo. Sta attento anche tu,
ti tengono d’occhio da Valencia.
Bacio, Giulia.
PS: Il num che ti ho dato è falso ;)



Un uomo uscì dal bagno di corsa chiedendo aiuto. Una falda della camicia celeste gli spuntava dalla cerniera aperta dei pantaloni. Era abbastanza sconvolto. Urlò con voce stridula. “Un ragazzo… c'è sangue dappertutto è… morto.”
Elisa si alzò per correre verso il bagno ma Bart la afferrò per un braccio con una velocità e una forza che stupì entrambi.
Provò a cercare dentro di sé qualcosa che assomigliasse ad un’emozione. Se non dolore almeno sgomento, preoccupazione, dispiacere, almeno qualcosa che ricordasse quei sette, otto secondi di fastidio-incazzatura-impotenza che prendono a una persona normale quando nel parcheggio si ritrova la portiera bollata.
In lui qualcosa s'era rotto durante questi ultimi anni. Solo che prima non l'aveva capito.
Guardò Elisa, magari ci avrebbe ricavato un po’ di dolore per interposta persona. Niente. Si alzò passandole un braccio intorno alla vita e la portò via. Tenersi lontani da una possibile inchiesta era probabilmente la scelta migliore.
Lei aveva perso subito lo slancio iniziale e si era lasciata portare fuori senza parlare.
Proseguirono sul lungomare incrociando le pattuglie della polizia e un’ambulanza che andavano a sirene spiegate verso il locale, pur sapendo che fretta non ce n’era più.
Raggiunsero l’albergo. Bart lasciò Elisa su una poltrona all’entrata, poi cambiò idea e tornò a prenderla. Salirono in camera, e lui raccolse le loro cose. Dopo cinque minuti erano di nuovo fuori. Comincia a diventare un vizio quello di fuggire dagli alberghi.
A quell’ora trovare posto in un altro risultò impossibile, e poi trascinare Elisa così per tutta la città non sembrava una cosa buona.
Presero una stanza in un motel a ore. Il portiere gli fece un sorriso malizioso guardando la ragazzina. A lui venne voglia di spaccargli una sedia in faccia, anche per rilassarsi un po', ma poi sarebbero rimasti di nuovo senza camera.


ceutaFoto fonte: xocer's photos

 
postato da: bartolomeoviana alle ore 15:12 | link | commenti (1)
lunedì, 08 gennaio 2007
Nel pomeriggio erano scesi al porto in cerca dell’attracco diciassette. Avevano girato tra moli e pontili finché un pescatore che stava sistemando la barca gli aveva spiegato l’ordine di numerazione. Capirono di essere finiti parecchio fuori rotta.
Il diciassette era uno largo spazio vuoto fra due navi da carico nella zona mercantile nella parte esterna del porto.
Erano appena le cinque, così avevano preso a visitare la città.
Davanti a un grosso manifesto pubblicitario appiccicato alla parete di una fermata dei pullman sul viso di Bashir si disegnò una smorfia ironica.
“Un hamburger a un euro. Con il frumento che danno a una vacca ci mangerebbero sette poveracci che crepano di fame. Ma così crescono in fretta, le possono ammazzare prima, e costa meno mantenerle. Non importa che al posto della carne ci sia soltanto grasso.”
Massimizzare i profitti.
Bart ricordò quando d'estate andava dagli zii perché i genitori lavoravano tutto il giorno in fabbrica e non potevano badargli. Le mucche al pascolo mangiavano solo erba. Il latte fresco la mattina che ti allena lo stomaco a qualsiasi superalcolico. L’odore del vino forte dello zio. I bagni al fiume guardando le tedesche in costume, o senza, che prendevano il sole sui lastroni di pietra liscia fino a farsi spuntare i primi calli, lui non le tedesche. La focaccia in panetteria e forare con la cannuccia il coperchio del bicchiere di Estathé. L’aria calda di sera e il sudore degli adulti. I cavalli. Le stelle a San Lorenzo. Le patate da strappare alla terra, e a settembre l’odore del fieno tagliato che secca al sole tra farfalle colorate e insetti rumorosi.
Sì, la carne era un po’ diversa. E per un euro meglio una birra su a Valencia. Si sprecano anche meno cereali per farla.
Attraversarono Plaza de los Reyes con la larga fontana circondata da fiori rossi. L'architettura degli edifici mostrava tutta l'influenza del mondo arabo. I palazzi rifiniti da stucchi bianchi e neri a creare semplici forme geometriche e la chiesa dalle ampie finestre senza vetro chiuse da reticoli di pietra.
Proseguirono verso l’interno avvicinandosi alle pendici delle montagne che chiudevano la città in un abbraccio di verde. La zona turistica aveva lasciato il posto a un gruppo di basse costruzioni prefabbricate. Un’alta rete metallica sormontata da un doppio giro di filo spinato circondava l’area. Facce tristi di bambini sporchi con le dita piccole, aggrappate alle maglie della rete. Adulti seduti sugli scalini che conducono all’entrata delle baracche.
“Cos’è?” Chiese Elisa.
“Un centro di accoglienza. Per gl'immigrati.” Rispose Bashir.
“Accoglienza?”
“Già, ne abbiamo così anche noi.”
“Alcuni sono marocchini, ma ne arrivano da tutta l’Africa. Scavalcano la recinzione della città o arrivano a nuoto, ma appena li scoprono li portano qui.”
Poliziotti armati di fucili automatici all’entrata. Alcuni controllavano la zona da una torretta che ricordava quelle delle prigioni nei vecchi film americani. Qualche soldato in mimetica entrava o usciva dal cancello principale.
Uno gli fece cenno di proseguire oltre.
Bashir indicò una scritta sbiadita su un muro poco distante. Al Mukawama.
Resistenza.

Cenarono presto in una trattoria da cui si vedeva il mare. Bart non voleva rischiare di mancare all’appuntamento visto che un orario preciso non l’aveva.
Non stava prestando attenzione alla conversazione, distratto dal pensiero di Judith, dal tentativo di tenere in ordine i vari pezzi della storia, e dalla vista di un paio di gambe nude sotto il tavolino di fianco al loro. Poteva avere si e no l’età di Elisa. Era lì con i genitori e visibilmente scocciata della cosa. Il padre e la madre parlavano francese, lei fingeva di ascoltare mangiucchiando controvoglia.
Nonostante la sua presunta nazionalità decise che quella ragazzina gli stava simpatica. Che forse non era il termine più appropriato. Cercò inutilmente di sentirsi almeno un pochino in colpa per i pensieri che gli stavano affollando la mente.
L’improvviso alzarsi e indurirsi del tono di voce di Elisa lo riportò alla realtà.
“I narcos non sono la cosa peggiore!”
“Figuriamoci, capisco i guerriglieri, ma i narcotrafficanti...” La riprese Bashir.
“Nelle zone controllate da loro almeno abbiamo scuole e ospedali decenti.”
“Sì ma grazie ai soldi ricavati uccidendo della gente.”
“I privilegi che avete nei vostri stati ricchi e democratici sono sempre stati pagati sulla pelle di qualcun altro. Prima l'Europa, e poi gli Stati Uniti che per anni hanno messo il sudamerica in mano ai peggiori macellai pur di difendere il loro territorio dalla minaccia comunista. Se anche vi beccate un po' della nostra merda il conto potrà al massimo andare in pari.” La chica latina aveva spodestato la studentessa parigina.
“Non puoi paragonare uno governo regolare ai trafficanti.”
“No infatti, lo scegli tu di farti un tiro di coca, se un commando di paramilitari prezzolati dalla CIA ti incendia la casa o tutto il villaggio non hai molto da scegliere.”
Bashir rimase un attimo zitto.
“Un governo può essere eletto democraticamente, i trafficanti si impongono con la forza.” Intervenne Bart.
“Un governo che controlla i mezzi d’informazione, fa sapere solo quel che vuole e gioca sulle paure della gente non ha granché di democratico. Sono armi pure quelle, dovresti saperlo signor marketing.”
Lasciò la palla a Bashir cercando di sgelarsi il sangue. Sapeva che c’era qualcosa che non tornava nel ragionamento, ma in quel momento non riusciva a trovare un’obiezione sensata. E intanto la francesina se n’era andata.


ceuta_cafe_at_main_streetFoto fonte: Mattito's World's photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 13:59 | link | commenti (1)
venerdì, 22 dicembre 2006
Arrivarono ad Algeciras. Gibilterra sul lato opposto della baia sembrava avvicinarsi al traghetto che prendeva il largo, ma questo virò verso sud lasciandosela alle spalle. Cominciava a intravvedersi il profilo di un’altra città.
L’imbarco era stato veloce. Una grossa barca bianca con tre strisce colorate che la tagliavano in diagonale lungo i fianchi, verso poppa. Rossa. Gialla. Rossa.
Bart era sul ponte principale con un bicchiere di caipirinha in mano. Fa un po’ turista, ma non importa. Da lì guardava l'incrocio di terre e mari che lo circondava senza percepirne le differenze.
Sentì il cellulare vibrare nella tasca dei pantaloni. Era Antonella. Bloccò la chiamata.
Ce n’erano altre cinque in memoria. Tutte sue.
Elisa e Bashir erano andati a fare un giro per la nave. Probabilmente non avrebbero visto molto, ma a loro sarebbe andato benissimo così.
Un gruppo di delfini nuotava poco distante dal traghetto.
Fece un respiro e richiamò.
“Ciao, sono io.”
...
“Sì, ho letto le chiamate. Scusami in treno prendeva male.”
...
“No, sono su un traghetto vicino a Gibilterra.”
...
“Lascia perdere Anto, volevi qualcosa in particolare?”
...
“L’indirizzo non c’è?”
...
“Ok, grazie. E Anto… cerca di passare una buona vacanza, goditela quanto vuoi…”
...
“No, non è un addio. Però…”
...
“Anche tu, ciao.”

Non volevo dirle per telefono che era finita, ma non potevo neppure riempirla di balle. E poi non sono così coraggioso, pensò.
Scorse la rubrica fino alla lettere P. Portineria. Una delle cose che non s'era proprio abituato ad avere.

...
“Buongiorno signora, sono Bartolomeo.”
...
“Il signor Viana, signora.”
...
“La chiamo per la lettere che è arrivata ieri…”
...
“Sì, me l’ha detto Antonella…”
...
“Sì, lo so che è tanto una brava ragazza. Ma la lettera…”
...
“Solo Judith?”
...
“No signora, grazie. Senta può darsi che mandi qualcuno a ritirarla a mio nome.”
...
“Va bene, l’avviserò prima. Arrivederci.”
...

Sbarcarono poco domo mezzogiorno. Ceuta era la punta estrema del Marocco. Arrivando in nave la si catturava tutta in un unico colpo d’occhio. Il porto grande, diviso in due baie artificiali.
Le vie che conducevano in centro erano piene di gente e bancarelle coperte di fiori per la fiera in onore della santa patrona. La Santísima Virgen de Africa. Una settimana di festeggiamenti, che sarebbero culminati nella processione della sera successiva. Musica, voci e profumi di cibo che si sovrapponevano creando strani miscugli.
Gli ostelli erano pieni, così dovettero accontentarsi di un piccolo alberghetto.
Bart ricevette uno squillo da Antonio.
“Se volete fatevi un giro, io ho bisogno di un computer.”
“Anch’io devo collegarmi.”
Entrarono in un Internet Point sul lungo mare. Ragazzi e ragazze in costume occupavano la maggior parte dei terminali. Presero posto in due pc vicini ancora liberi.
Elisa andò al piccolo chiosco a prendere qualcosa da mangiare e da bere.
Trovò la mail.


Frequenti proprio della bella gente capo.
Non è stato semplice trovare tutto e così in fretta.
La H&G è stata fondata nel 1907 a Berlino come industria chimica da Friedrich Hoffter e Benito Giacometti.
Il settore era in grande ascesa, e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la H&G, sull’onda degli ottimi risultati di alcune ricerche su agenti chimici nocivi per l’uomo, ottiene un contratto per la produzione di gas, firmato da Guglielmo II in persona. Roba grossa.
Alla fine della guerra la H&G è così forte da sopravvivere senza troppe difficoltà alla recessione che colpisce la repubblica di Weimar.
Ma il potere politico è poco più di uno spaventapasseri. Il poco che rimane del secondo Reich è in mano ai grandi industriali che si trovano a fronteggiare il tentativo rivoluzionario degli Spartakisti. Sono anni difficili, e la paura del comunismo porta a una repressione senza quartiere verso i sovversivi che nonostante tutto continuano a rialzarsi.
La ruota della fortuna torna a girare dopo il ventidue. Così, mentre l’Unione Sovietica di Stalin comincia il suo lavoro di “normalizzazione” dei movimenti rivoluzionari europei, completando l’opera repressiva, l’ascesa del nuovo partito nazionalsocialista che sogna e promette la rinascita dell’impero germanico, apre nuove opportunità alla H&G.
Durante la Seconda Guerra Mondiale i gas tossici sono di nuovo fra i prodotti più richiesti, anche se questa volta non saranno usati sui campi di battaglia. Le strategie belliche le lascio discutere a te.
Come molte altre aziende, anche non tedesche, grazie all’impiego di manodopera ebrea fornita dai nazisti a costo praticamente nullo, i guadagni e l’incremento di capitale della H&G sembravano ormai inarrestabili. Beh, lo erano davvero, ti spedisco in appendice i grafici, non avevo voglia di comporre per bene il materiale.
Con la fine della guerra tutti questi peccatucci veniali vengono perdonati. La vita continua e le industrie servono sempre.
Nel 1951 Hoffter muore per un cancro alla prostata e viene sostituito dal figlio Walter, che a seguito del lutto, e secondo me di un buon fiuto per gli affari, decide di cominciare alcune ricerche in campo farmaceutico nonostante le iniziali proteste di Benito.
Dieci anni più tardi la H&G trasferisce la sede legale e operativa a Zurigo. Pochi giorni dopo i berlinesi si sveglieranno e troveranno la città divisa da un muro. Ottimo tempismo.
Passa il tempo e la H&G continua a crescere, aprendo stabilimenti in tutta l’Europa occidentale, puntando sempre più sul settore farmaceutico. I prodotti, pubblicizzati in maniera quasi ossessiva, conquistano presto una buona fetta di mercato. Anche le attività in campo prettamente chimico continuano, ma senza pubblicità.
Benito è stroncato da un infarto due giorni prima che il figlio Karl muoia in uno strano incidente d’auto in cui perde la vita anche la moglie incinta di sette mesi. Il caso viene presto archiviato nonostante qualche perplessità e un paio di testimonianze discordi con la versione ufficiale.
Da lì in poi le cose sembrano calmarsi, la H&G, diventata intanto una s.p.a., comincia ad uscire dai confini del vecchio continente e a delocalizzare. Gli Hoffter, Walter prima, e Ector dopo, avranno il ruolo di Amministratore delegato, nonostante facciano sempre parte del c.d.a.. Come il vecchio scemo qui da noi.
Di seguito ti elenco i principali azionisti. Escluso Ector è tutto in mano ad altre società. Le solite. Salvo un buon tre per cento intestato alla moglie di lui.
E qui si arriva al tasto dolente, perché in questi giorni, e sono stati già bravi a nasconderla così a lungo, è trapelata la notizia che da almeno un mese la signora è scappata con un altro. Al cornuto non dev’essere piaciuta molto la cosa. Tant’è che si dice abbia ingaggiato qualcuno per ritrovarla.
Poveretto, era l’unico della famiglia a non avere macchie sul curriculum. La notizia tra l’altro ha fatto svalutare le azioni, con relativa incazzatura da parte degli altri investitori.
Per tamponare la falla la H&G, che sotto il controllo di Ector ha sempre sostenuto attività umanitarie e di beneficenza, si è fatta promotrice di una serie di concerti a favore dell’Africa. Nel sito trovi le informazioni sul progetto.
Anche se, secondo me, il colpaccio l'ha fatto accaparrandosi l'appalto per certe forniture di fosforo bianco, di cui magari non sto a parlarti troppo male via mail.
That’s all folks capo, e dimmi grazie. Anche una cena, quando torni, non mi dispiacerebbe.


“Interessante.” Elisa seduta su uno sgabello alle sue spalle aveva letto tutto.
“Già.”.
“Quello che ti ha bastonato e che ha ucciso Michael dev'essere il tipo che cerca Judith.”
“Probabile.”
“Capisco pestare te. Ma ti pare il caso di far uccidere l’amante di tua moglie?”
“In realtà sì. Però non di svuotargli la camera.”
“Magari non è la moglie che gl’interessa.”


ceuta_euroferrys2Foto fonte: Mattito's World's photos

postato da: bartolomeoviana alle ore 14:11 | link | commenti (1)
lunedì, 23 ottobre 2006
La plaza de toros era chiusa ad agosto e la grossa arena passava inosservata vicino alla stazione gremita di turisti. La ragazza dai capelli blu aveva preparato dei panini per il viaggio.
Candle l’aveva baciato nonostante lo sguardo assassino della sua compagna. Forse non aveva sbagliato letto allora.
Bashir li aspettava sulla banchina. Il treno era arrivato carico di tedeschi in vacanza. Trovarono uno scompartimento ancora libero. Elisa abbassò il finestrino nella speranza che l’aria calda di polvere e sudore si rinfrescasse almeno un po’.
Dopo dieci muniti dopo il convoglio si mise in movimento allontanandosi lentamente dalla città.
Bart decise di provare ad essere socievole. Elisa era già immersa nel suo lettore mp3.
“Torni a casa?”
“No, mia madre è marocchina, mio padre era andaluso. Ho vissuto per un po' in Marocco da bambino ma adesso non credo che sarei ben accetto. Sto andando in Algeria”
Il cellulare prendeva a tratti e male.
Tirò fuori un panino dallo zainetto grigio comprato al Corte Inglés. Mortadella e formaggio. Una delle poche gioie della vita.
Elisa lo imitò e poi porse lo zainetto a Bashir che rifiutò.
“Avete mai sentito parlare del popolo Saharawi?”
“Se dico di no ti offendi?”
Il treno correva su uno stretto terrapieno muovendo le canne alte e sottili che crescevano lungo le due rive. Grazie all'angolo di un a curva Bart vide la frustata del risucchio dopo l'ultimo vagone che le piegava con violenza e cattiveria. Ma subito quelle tornavano al loro quieto dondolio.
“Non è certo una lotta che occupa i palinsesti delle tivù europee. I Saharawi combattono per l’indipendenza del Sahara Occidentale dal Marocco.”
Si ricordò dello strano confine tratteggiato sulle cartine geografiche.
“E’ stato occupato dalle truppe marocchine proprio mentre il volgere del regime franchista ne consegnava l'indipendenza in mano ai risultati di un referendum popolare. Dopo trent’anni, e svariate risoluzioni dell’ONU, i Saharawi quel referendum lo aspettano ancora. Duecentomila vivono in campi profughi in Algeria mentre il Fronte Polisario combatte contro l’esercito marocchino. Più di cinquecento desaparecidos nel deserto o nelle prigioni politiche. Napalm, bombe a frammentazione, fosforo. Tutto nella più assoluta indifferenza mondiale.”
Bart prese un altro panino, prosciutto e maionese. Morbido.
“Ultimamente le cose sono precipitate ulteriormente, il nuovo re marocchino ha aumentato la repressione ed è scoppiata l’Intifada. Bambini armati di pietre contro i soldati, come in Palestina. Molti attivisti, soprattutto intellettuali pacifici che cercavano di sensibilizzare la comunità internazionale sono stati arrestati dalla polizia politica con false accuse, mentre i giornalisti stranieri venivano espulsi dal paese e i portavoce del governo negavano qualsiasi atto di violenza non rivolto contro i ribelli armati, considerati una minaccia per la sicurezza della nazione.”
“Sembra di sentir parlare ancora di Gestapo e GPU o del peggior sudamerica.” Commentò asciutto Bart che cercava di cogliere qualche particolare di Alicante. Alicante e l’Andalusia, il viaggio che non era più riuscito a fare, quello previsto per l’estate passata a scrivere la relazione che gli aveva aperto le porte del fantastico mondo del lavoro. L'anno dopo c'era già Antonella, che non era tipo da farsi milletrecento chilometri in macchina senza neppure la certezza di trovare un posto per dormire. Così aveva lasciato perdere. Per prendere un aereo e fare vita da spiaggia ad Alicante, tanto valeva accontentarla a andare in Sardegna coi genitori di lei.
“E tu cosa centri?” Gli chiese Elisa.
“Quando stavo in Marocco, vivevo a sud vicino alle zone occupate, e avevo un amico Saharawi. Per i bambini marocchini ero un bastardo e quindi me ne stavo con gli altri reietti. Poi quest'anno l'ho rivisto in Spagna il mio amico, a una conferenza. Era uno dei leader politici del movimento, venuto in Europa per raccontare la situazione del suo popolo.” Fece una pausa per bere un sorso d'acqua. “Avevo deciso di tornare con lui, per vedere coi miei occhi quello che succede. Il sangue di mio nonno, anarchico convinto che aveva combattuto contro le truppe di Franco, ogni tanto si fa sentire.” Bart notò l'espressione attenta di Elisa. “Purtroppo durante il viaggio di ritorno è stato arrestato con l’accusa di terrorismo, che adesso viene buona per tutto. Io sono stato rimandato in Spagna come persona non gradita.”
“E adesso?”
“Devo incontrarmi con un suo compagno. Ha scoperto dove l'hanno rinchiuso e ha le prove delle torture. Dobbiamo farlo sapere a qualche associazione per i diritti umani, ma lui non può muoversi dal campo, io invece sono cittadino spagnolo, me la caverò. ”

Era abbastanza scettico. Dubitava che il viaggio di quel ragazzo potesse servire a qualcosa.
Passarono Cartagena e deviarono verso l’interno per Granada. Elisa si era addormentata. Lo zainetto dei panini a farle da cuscino. Bashir si lasciava andare a piccoli e brevi sonni.
Uscì nel corridoio e si appoggiò al finestrino aperto. La campagna era immersa nel buio. Solo le luce dei piccoli paesi in lontananza e le scie veloci dei fari quando l’autostrada o la statale incrociavano la ferrovia. Guardò negli scompartimenti vicini. Un gruppo di dieci ragazzi letteralmente accampati nello spazio pensato per sei. Una coppia sui cinquant’anni. Lui dormiva con la mano stretta a quella di lei che stava leggendo un libro.
Il desiderio di averne uno a portata di mano lo colse con forza eccessiva, come se fosse qualcos'altro. Strinse i denti e si rese conto che gli sarebbe bastato un niente per mettersi a piangere.
Sbadigliò e andò in bagno a sciacquarsi la faccia. Al suo ritorno la donna era uscita e aveva preso il suo posto al finestrino aperto. Stava fumando.
Pensò a Judith. Guardò la donna che gli sorrise.
Voleva dirle qualcosa ma entrò nel suo scompartimento e si rimise a sedere. Lei finì la sigaretta e tornò dal marito addormentato.
Alle cinque del mattino erano a Málaga. Il treno rallentò fino a fermarsi e il cambiamento di velocità svegliò Elisa e Bashir che aveva definitivamente ceduto al sonno.



towards_spainFoto fonte: Paul Keller's photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 21:52 | link | commenti (2)
mercoledì, 06 settembre 2006
Passeggiavano lungo San Vicente Martir sui marciapiedi larghi, pavimentati con vecchie mattonelle irregolari. Mancavano più di due ore alla partenza. Chiese, abitazioni colorate e palme che spuntavano da strette aiuole senza erba, circondate da basse ringhiere di ferro battuto. Quasi ogni casa era occupata al pian terreno da un negozio. Pescherie, macellerie, tabaccai, giornalai. Rastrelliere di improbabili souvenir che invadevano il marciapiede portando a continue deviazioni. Le vie del centro dei paesi affacciati sul Mediterraneo sono tutte simili. Il senso dei confini e della distanza sparisce. E forse la regola vale anche per tante città del nord. Stesso sapore, stessi odori troppo intensi. Cambia solo la luce. Leggermente più fioca, come a Biarritz e a Donostìa

Camminare abbracciato a una bella donna. Una bandiera basca ad avvolgerle le gambe come un pareo.
Schivare i bambini che corrono reggendo gelati pericolosamente sbilanciati e gocciolanti che gli colorano e appiccicano le dita.
Gli sguardi ruvidi dei vecchi sulle panchine, indecisi tra l’ammirazione per la donna e l’indignazione per l’utilizzo improprio del loro vessillo.
Raccontarle di sogni, progetti, viaggi e avventure sognate sull’onda di notizie sempre troppo vaghe a proposito di un gruppo di indios ribelli che due anni prima era insorto in Chiapas.
“Non finirò in un ufficio a morire dietro un lavoro che non voglio fare, lottando con i colleghi per mezza promozione in una gara di produttività che alla fine fa guadagnare sempre i soliti padroni.”
Ci credevi davvero o l'avevi letta in qualche libro?
E lei che ti guarda e sorride. Un po’ amara. Le piccole rughe che le si formano ai lati della bocca. Non riesci a non baciarla.
“Voglio scrivere.”
“Giornalista?”
“Libri.”
“Anch’io avevo i miei sogni. Sono laureata in medicina sai?”
Il tuo sguardo stupito.
“Laureata con lode. Specializzata in chirurgia. Avevo intenzione di fare pratica per un paio d’anni in ospedale, magari in pronto soccorso, e poi di partire con qualche associazione tipo Médecins sans frontières o la vostra Emergency. Ma poi ho incontrato Ector. Mi sono presa una pausa per il matrimonio, e la casa, e tutto quello che può venirti in mente. Sapevo che non sarebbe stato entusiasta della mia scelta di partire, ma in fondo non è per lui che non l’ho fatto. E’ che pian piano ci scivoli dentro, rimandi sempre, e ti va bene così.”
“Io non voglio far parte di questo mondo.”
“Anche i peggiori disadattati alla fine si adattano cucciolo.”
Le vuoi dire che tu sei diverso, ma ti trattieni, che sembreresti troppo convinto.
“Guarda che hai ancora tempo per cambiare strada.”
“Ormai...” E' incerta.
“Hai solo trentasette anni, dopo quello che mi hai fatto stanotte non accetto che parli come una di settanta.” Le rispondi stizzito.
Ti guarda con occhi severi, ma poi sorride e ti spinge contro il muro scalcinato di una garage. Il suo corpo premuto contro il tuo. Le lingue e le mani che mi mescolano. A pensarci senti ancora l’effetto che ti faceva. Ma intanto ti rendi conto che aveva ragione. E quanto sei cambiato. Potrai anche buttare via la carriera ma non il cinismo che t'impregna adesso. Il ragazzo che eri e l'uomo che volevi diventare non saranno più.

I giorni passavano. Prendere il sole sdraiati sulla sabbia, nuotare fino alla stretta baia sotto il costone di roccia al limite del golfo. Nessuna casa, solo la strada parecchi metri più su. E ancora più in alto i gabbiani che cominciano ad avvicinarsi in attesa della cena.
Due settimane.
Non ti eri mai sentito davvero uomo come allora. Lo capivi quando respiravi l’aria fresca della notte. O mentre bevevi un bicchiere di vino e lei si avvicinava da dietro e ti abbracciava. La testa abbandonata contro la tua schiena.
Pensavi fosse un inizio, non della vostra storia certo, ma di te. Invece non ti sei più sentito così. Sei scivolato in qualche cosa che non avresti mai voluto, come aveva detto Judith.
Il lavoro che di li a poco avresti trovato contro ogni più rosea previsione. Poi Antonella, buona e gentile ma troppo legata a tutte quelle cose che vi facevano invidiare dai suoi amici, che i tuoi li avevi persi per strada.
Il tempo per scrivere, e quello per leggere buoni libri, si assottigliava tra gl'impegni, e forse è grazie a questo che non hai capito subito che non avevi più nulla da dire. Belle descrizioni certo, ma vuote. Senza storie da raccontare.
E allora hai smesso.


donostia y el_la mar
Foto fonte: Beltza Scene Vol.2's photos
postato da: bartolomeoviana alle ore 18:00 | link | commenti (5)
lunedì, 28 agosto 2006
Elisa aveva passato la notte con Bashir, l’amico della ragazza dai capelli blu. Quando rientrò in camera il mattino dopo, Bart si stava vestendo.
“Vai a dormire.”
“E tu?”
“Voglio vedere se trovo qualche notizia sulla H&G, sono in cucina se hai bisogno.”
“Ok. Senti ti da fastidio se viene anche Bashir?”
“Dove?”
“A Ceuta.”
“Puoi restare qui con lui se vuoi.”
“No, deve tornare comunque in Marocco in questi giorni, almeno non fa il viaggio da solo. Tutto qui.”
“Ok.” Il tono non era tra i più convinti.
“Guarda che ti piacerà. E se ti chiede, digli che ho diciott’anni.”
Uscendo guardò le canadesi addormentate nello stesso letto. Erano abbracciate e molto probabilmente nude da quel che si intravedeva. Sentì un paio di pulsazioni contro la stoffa dei boxer elasticizzati.
L'altra sera la rossa doveva avere solo sbagliato letto, storta com'era.
Mise la caffettiera da due sulla piastra elettrica più piccola. Qualche faccia assonnata faceva colazione tra i tavolini colorati. Cercò una tazza. Un ragazzo più basso e più magro, ma con tutti i muscoli ben delineati si alzò è andò a lavare la sua. Aveva i capelli neri e la pelle abbastanza scura.
“Tieni, non ce ne sono altre. Tanto ho finito.”
“Grazie.” Non seppe che altro farfugliare a quell’ora di mattina. Poi si rese conto della lingua in cui aveva parlato “Sei italiano?”
“No, di Berlino.”
“Ah.”
“I miei sono turchi.”
“E...”
“La mia ragazza è di Chiasso.”
Fantastici questi mescolamenti di razze e di posti.

Versò tutto il caffè nella tazza e lo bevve ancora bollente. Amaro. Poi fu la volta di due bicchieri di latte freddo. Il tetrapak nascosto tra una busta d’insalata aperta e una confezione di brodo di pollo. Al solo vederlo un conato acido gli era risalito lungo la gola. L’odore che usciva dal frigo d’altronde non migliorava le cose.
Per completare la colazione dei campioni infilò una moneta nel distributore automatico e attese che la lattina di birra sbattesse contro lo sportello e che tutti automaticamente si voltassero.
Scelse la postazione più vicina al distributore prevedendo ulteriori attacchi di salutismo.
Lesse in fretta i titoli dei principali quotidiani spagnoli. La polizia aveva effettivamente scoperto l’identità del biondo, dopo una segnalazione anonima che aveva condotto gli agenti alla stanza d’albergo. Veniva però ancora indicata la rapina come probabile movente.
Controllò anche quelli italiani. Le dichiarazioni di qualche politico dalle località di vacanza sfioravano temi calcistici e xenofobi, ma senza il consueto fervore.
D’estate l’Italia non ha problemi.
In compenso sportivi, imprenditori e stellette della tv riempivano le pagine immortalati all’entrata di locali alla moda o su spiagge da cartolina, in scatti cosiddetti rubati da giornalisti, altrettanto cosiddetti.
Gli venne in mente Antonella, e allora pensò a Giulia.

I siti delle grandi corporation sono di solito molto eleganti e vuoti per non dare informazioni concrete. Cercano solo di rafforzare l’immagine che l’azienda vuole mostrare al pubblico.
Da questo punto di vista sono straordinariamente umane.
Gli era capitato spesso di dover stroncare le velleità comunicative di qualche giovane web-designer.
E’ persino difficile trovare informazioni sulla ragione sociale, sugli azionisti di maggioranza o sul gruppo manageriale.
Il sito della H&G rientrava pienamente nella categoria. Sfondo bianco, testo nero, rifiniture colorate ma sobrie, quasi essenziali, per attirare l’attenzione del visitatore su obiettivi prestabiliti. Una presentazione flash per spiegare il grande impegno professionale e sociale dell’azienda, e un link a un indirizzo mail da cui probabilmente si sarebbero ottenute solo inutili risposte di cortesia. Un banner orizzontale pubblicizzava il continuo operare della H&G in favore dei più bisognosi, inviando grandi quantitativi di medicinali ai paesi poveri del Magreb e dell’Africa Sub-Sahariana. Dei filantropi
Per sensibilizzare l’opinione pubblica ai problemi africani la H&G stava anche organizzando una serie di concerti nelle più importanti città mondiali a cui avrebbero partecipato grandi nomi della musica internazionale. Le date sarebbero state comunicate al più presto possibile. Ma la copertura mediatica degli eventi era già assicurata.
Canta che ti passa.

Bart Telefonò ad Antonio, il ragazzo che da un anno lavorava con lui, e gli chiese un rapporto dettagliato sulla H&G. Tramite i canali aziendali sarebbe stato più semplice.

“Mettici dentro tutto quello che trovi, e poi spediscimelo a bartolomeoviana@gmail.com.”
...
“No, non proprio lavoro.”
...
“Certo, grazie.” Persino in un posto simile si può incontrare qualche persona decente. “Ah, senti, può darsi che nei prossimi mesi ti promuovano. Pensaci su bene prima di essere felice.”
...
“Sì, io sto bene… adesso. Non preoccuparti.”

Mentre c’era decise di fare una ricerca su Michael Bender. Alla fine non era tanto diverso da quando cercava informazioni utili a oliare i meccanismi del mercato.
I primi risultati rimandavano a siti di testate giornalistiche e si riferivano ovviamente alla notizia della sua morte. Scorrendo le voci però saltò fuori qualcosa d’interessante. Tre riguardavano articoli scritti dallo stesso Michael e apparsi su www.quicopress.org.
Provò a seguire il primo. La pagina ebbe un leggero ritardo nel caricamento e dopo un reindirizzamento automatico apparve una schermata interessante.


Press release
3 Agosto 2005
La polizia sequestra i server di QuicoPress

Le autorità hanno emesso un ordine federale imponendo all’ufficio di NYWeb la consegna di tutto l’hardware e gli archivi di QuicoPress. NYWeb è il provider che ospita la maggior parte delle versioni locali del nostro sito.
Sono ancora ignote a QuicoPress le ragioni dell’azione, avendone ricevuta informazione unicamente dal provider e non dalle forze dell’ordine. NYWeb, in base alle disposizioni ricevute, ha affermato di non poter fornire ulteriori informazioni sull’accaduto.

Per mancanza di un provider alternativo il sito è temporaneamente oscurato. Qualora potesse essere riattivato, mancherà ovviamente di gran parte del materiale raccolto in questi anni.
Rimarrà intanto attiva questa pagina in cui potrete lasciare i vostri commenti ed essere informati su ulteriori sviluppi.


Sito oscurato, server bloccati e dischi rigidi sequestrati. Ho l’impressione di aver trovato qualcosa.
Tornò a controllare l’elenco dei risultati della ricerca. Se Michael scriveva per un sito di controinformazione, i suoi articoli probabilmente erano stati ripresi da altri siti simili.
La potenza della Rete.
Come previsto ci vollero pochi secondi per trovarli.
Sì, pensò, ero ben pagato, ma li valevo tutti. Che poi sono ancora pagato.
Michael aveva realizzato varie indagini giornalistiche di rilievo che, nel silenzio dei media tradizionali, avevano portato alla luce comportamenti quantomeno discutibili da parte di amministratori di grandi multinazionali e uomini politici. Dopo Genova 2001 però i suoi lavori erano diminuiti. Doveva essere sulle tracce di qualcosa di grosso.
L’aveva trovato o c’era andato parecchio vicino.


96101850_2d2f581f18Foto fonte: Esther17's photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 21:56 | link | commenti (2)
sabato, 05 agosto 2006
L’appartamento dell’amico era enorme, lussuoso e pieno di gente. Un dj passava musica più o meno alternativa. Riconobbe delle canzoni fra cui una versione spagnola e rocckeggiante di Bella ciao.
Elisa ballava nel salotto principale, e ora il suo nuovo amico doveva affrontare una strenua concorrenza.
Vagò un po’. Oltrepassò strisce bianche con qualche diniego sicuro da consumatore abituale già soddisfatto. Anche in questo caso mentiva spudoratamente.
Si avvicinò a un gruppetto.
Tra i discorsi seri e inopportuni notò una ragazza minuta, con gli occhi celesti che lo guardavano. I capelli neri, mossi, legati in una coda alta sopra la testa. I tratti del viso molto sottili. Indossava pantaloni bianchi e un top intonato con gli occhi che lasciava scoperta buona parte della schiena abbronzata. Senza segni del costume notò.
“Certo anche voi avete i vostri problemi con quel regime pseudo-populista.” Gli disse un ragazzo quando seppe che era italiano.
“Già, e immagino che non sia neppure il peggio a cui potremmo arrivare.”
Non aveva voglia di pensare allo schifo di casa sua, e per fortuna il ragazzo che l’aveva tirato in mezzo non voleva perdere il proprio ruolo di Cicerone. Così fu lui ad approfondire l'argomento come se qualcuno ancora non fosse a conoscenza dell'italico disastro, mentre Bart si defilava diretto verso la cucina.
Certi discorsi, dentro un appartamento simile, gli sembravano un po’ troppo facili, e finti.
La ragazza dai capelli blu era appoggiata al tavolo e chiacchierava con un'amica.
“Vuoi bere qualcosa?”
“C'è del rum?”
Ce n’era, ma trovò solo Coca-Cola da mescolargli.
Tanto lusso e nulla per fare un buon cocktail.
Cercò senza successo dello zucchero e un lime o almeno un limone.
“Niente Cubalibre.” Mugugnò a se stesso.
“Fatti un coca e rum.” Disse entusiasta l'amica della ragazza coi capelli blu, mostrandogli il proprio bicchiere con l'aria di chi se ne intende.
“No grazie.”
Prese una birra senza convinzione. Lui, non la birra.
In poche ore era tornato al suo vecchio grado di odiosa asocialità. Come se le feste molto fashion e molto vuote con gli amici di Antonella non avessero lasciato il minimo segno.
Girò ancora per la casa e finì per scomparire in una stanza adibita a biblioteca. I libri erano tanti, e avrebbe impiegato un bel po' a leggere tutti i titoli, dividendo mentalmente quelli letti da quelli no, ed estraniandosi dal resto del mondo.
La musica arrivava attutita. El pueblo unido fu l'ultimo pezzo che ascoltò coscientemente.



deejay_headphonesFoto fonte: djkubik's photos



Prese una raccolta di racconti e si stese su un divanetto di pelle color crema.
Immerso nella lettura non sentì entrare la ragazza coi pantaloni bianchi e non si accorse della sua silenziosa presenza finché lei non richiamò volutamente l'attenzione.
“Ti annoi?”
“Insomma… Forse è che ho altro per la testa. O forse è che io sta gente non l’ho mai sopportata” L’unica cosa che salverei del mio vecchio lavoro è il senso di rivalsa nei loro confronti che mi regalava. Alquanto meschino, ma molto piacevole.
“Perché tu sei migliore?”
“Diverso. Credo.”
Guardandola meglio si accorse che poteva avere circa la sua età.
Si chiamava Giulia ed era italiana anche lei. Un’informazione superflua che servì a far progredire la conversazione.
Era architetto. Laureata alla Bocconi. Master a New York presso un istituto di cui Bart non capì neppure il nome. Almeno non avrebbe corso il rischio di dimenticarlo.
Adesso era a Valencia per lavoro. Qualcosa a che vedere con i preparativi per l’America’s Cup, ma aveva già partecipato al progetto della Ciudad de las Artes y las Ciencias.
Rimasero a parlare quasi due ore. Di loro, della Spagna, della festa, del libro che lui stava leggendo. Un racconto attrasse l’attenzione di Giulia. La breve storia di un killer sentimentale che per completare il suo ultimo lavoro prima del pensionamento si vede costretto a uccidere la donna che ama.
“Tu lo faresti?”
“Non so neppure se sarei in grado di uccidere qualcuno.”
“E se fossi in guerra ad esempio?”
“E' diverso, prima o poi capita a ogni soldato penso, ma tu parli di omicidi a sangue freddo.”
“Capisco. Però dipende tutto da come vedi il mondo. E' una questione di sistemi di riferimento. Un kamikaze che si fa esplodere su un autobus è davvero convinto di essere in guerra, non si sente un assassino, ma un soldato che fa il suo dovere.”
“Ma un sicario è un assassino, non è in guerra con nessuno, è un libero professionista e basta, lavora come un idraulico o un elettricista. Non credo che ce la farei.”
In realtà di porcate per soldi ne aveva fatte tante. Pensò alla fabbrica che forniva gli stampati di silicio alla sua azienda, a quando rivedendo il piano di marketing aveva deciso che sarebbe stato più conveniente rifornirsi all’estero. Nonostante la penale il vantaggio era evidente. E nonostante la penale il proprietario della fabbrica, perso quel contratto si ritrovò in debito con le banche. Aveva appena chiesto un prestito per rinnovare i macchinari in modo da garantire le forniture.
Dopo pochi giorni un piccolo trafiletto nelle pagine di nera riportava la notizia del suicidio. Un classico colpo alla testa. Lasciava una moglie e due figli. Lasciava anche molti operai senza lavoro, di cui però il quotidiano non parlava e a Bart non interessava sapere nulla. Si era sentito in colpa? No, e poi gli avevano insegnato che le questioni morali non avevano quasi mai risvolti nel penale.
“I sicari sono mercenari e quindi soldati come gli altri.”
“Per Machiavelli no.”
Lo guardò piacevolmente sorpresa da quell'accenno.
“Io ho assassinato tanta gente, eppure non ho mai provato rimorso.”
Rimase fulminato. Fissava gli occhi celesti senza riuscire a cogliere nulla. Rivide la foto di Michael morto, ripensò al colpo in testa, e tutto gli fu chiaro. Aveva capito.
“Sto scherzando.” Si aprì in un sorriso e gli passò la mano sulla guancia. “Spaventato?”
“Abbastanza.” Sospirò.
Non aveva capito nulla.
Le prese la mano e finse di volersi vendicare. Giulia cercò di liberarsi senza convinzione e dopo un attimo si trovarono abbracciati. Come adolescenti.
Commentarono i discorsi che avevano sentito prima. Giulia parlava piano e con sicurezza. Conosceva realtà che lui quasi ignorava, ma una cosa utile che aveva imparato sul lavoro era fingere bene.
“Ferventi sostenitori del governo venezuelano.”
“La sinistra di mezzo mondo lo è. Anche se questi di sinistra han solo le canzoni.”
“Potrebbero andare a farsi un giro per le strade di Chuspa.” Immaginò che fosse una città o qualcosa di simile, ma non chiese. “Per non parlare dei referendum fasulli.” Tirò fuori il pacchetto di sigarette e ne accese una. Lo porse a Bart che rifiutò. “Promesse, populismo e povertà.” Mi ricorda qualcosa, pensò. “Mi fa ridere sentire come si esaltino per la rivincita della sinistra in sudamerica. Castro è un dittatore e Chavez ha ben poco di democratico.”
“In Brasile...”
“La sinistra progressista e riformista? Meglio che quella di casa nostra, certo. Ci mettono anche cuore loro. Ma non possono far nulla contro i mostri del capitalismo multinazionale. Morte le ideologie resta solo la finanza. Ai governanti non resta che adattarsi o soccombere. Con buona pace degli elettori.”
Voleva ribattere, ma di politici accondiscendenti alle richieste delle aziende ne aveva incontrati anche troppi. Ormai era abituato a classificarli per tariffa, non per schieramento.
“Nessuna speranza quindi?”
“Chissà, io osservo soltanto. E mi diverto a smontare le convinzioni degl'altri.”
“Qua c'è rimasto poco da smontare.”
Lei sorrise.
“Non parlavo di te, ma dei compagni di là.” Alzò il pugno chiuso divertita.
Bart stette un po' a pensare.
“E del Messico che dici?”
“Altri progressisti che han già assicurato di rispettare tutti i trattati di libero commercio coi gringos, mentre quelli gli stanno tirando su un bel muro in stile Gerusalemme.”
“Pensavo agli zapatisti.”
Lo sguardo di lei si fece lontano come a inseguire un ricordo.
“Che c'è?”
“Niente. Passami la birra per favore.”
Le allungò la bottiglia e decise di cambiare argomento. Anche se a lui, quegl'indios col passamontagna una volta piacevano e interessavano parecchio.

Si salutarono con un bacio sullo guancia e uno scambio di numeri. Mentre stava uscendo dalla stanza lei lo chiamò facendolo voltare. La testa abbandonata di lato sul bordo dello schienale, il braccio allungato verso di lui.
Bang.
Aveva il pollice e l’indice della mano destra aperti a elle e le altre dita chiuse. Finse di sparagli e poi sorrise di nuovo.
“Ci sentiamo killer.” Commentò mentre rispondeva al sorriso.



postato da: bartolomeoviana alle ore 15:28 | link | commenti (2)
lunedì, 17 luglio 2006
Il trillo insistette fino a svegliarlo. Era già mattina. Ma la voglia di alzarsi come sempre mancava. Le fitte alla testa erano quelle dei peggiori postumi alcolici.
Allungò la mano nel vuoto per spegnere quel trillo fastidioso.
Niente. Dovette aprire un occhio per cercare la sveglia.
Mattina? No!
Arrivò pian piano a capire che non era la sveglia a suonare ma il cellulare.
“Pronto.”
“Ma che fai!? E’ più di mezz'ora che sei su. Sbrigati, che qua sta arrivando la polizia.”
“Arrivo, tu esci.”
Si tirò su e inciampò. Appoggiò le mani alla scrivania per cercare di fermare le pareti che gli dondolavano davanti.
Era tutto sparito. C’era solo più la custodia vuota. La camera in compenso era molto più in disordine di prima.
Raccolse il suo inutile cacciavite, lo zaino, e uscì. L’ascensore era occupato e il cellulare squillava di nuovo. Era sempre Elisa.
Interruppe la chiamata e raggiunse una delle due finestre agli estremi opposti del corridoio. Quella che dava sull’impalcatura.
Alla fine mi tocca proprio, pensò scavalcando il davanzale e lasciandosi andare sulle assi polverose. La testa girava ancora parecchio. Imprecò qualcosa che non riuscì a definire neppure lui e barcollò fino alla prima scaletta. Tre piani. In realtà trovò meno faticoso scendere che camminare, Almeno era attaccato a qualcosa.

“Ci penso io.” Dicendolo Elisa era sparita di corsa su per le scale dell’ostello e l’aveva lasciato in bagno con la ragazza dei capelli blu.
Seduto su un’avvolgente poltroncina di plastica in tinta coi capelli della ragazza, lasciò che lei si occupasse della sua testa. Era carina. Un po’ rotondetta.
“Di solito qualche ragazzo conciato così arriva, ma sempre al mattino, quando rientrano dalle discoteche. Sei il primo che lo fa in pieno giorno.” Sei mesi di Erasmus a Milano. Parlava perfettamente in italiano e per questo Bart le era grato. Esprimersi in un’altra lingua in quel momento gli dava ancora di qualche difficoltà.
“Non è stata una rissa, mi hanno colpito alla testa con qualcosa di più duro e non so altro. Nemmeno chi è stato.”
Mentre parlavano lei finì di pulire il taglio che s’era aperto in prossimità del gonfiore. Nonostante le fitte di dolore che lo colpivano ogni volta che lei lo sfiorava, non riusciva a non provare un certo piacere per quelle attenzioni.
“Certo che siete una coppia un po’ strana tu e la tua amica.”
La ragazza dai capelli blu versò del disinfettante su un batuffolo di cotone e piegandogli la testa in avanti lo passò sulla ferita.
Doveva essere qualche miracoloso preparato per bambini piagnucolosi perché non bruciava, era persino fresco.
“Dov’è che ti hanno colpito?”
“Alla testa.”
Mentre lo diceva si prese uno schiaffetto sulla ferita che gli fece tendere tutti i muscoli della schiena.
“Avresti potuto uccidermi lo sai?”
“Anche chi ti ha fatto questo. Dove ti hanno colpito?”
“In una camera d’albergo.”
“E che ci facevi?”
“Era la camera del tipo morto che hanno trovato nel parco l’altro giorno.”
Questa volta la ragazza dai capelli blu rimase senza parole. E rimuginando sulla sua ultima frase, anche Bart si rese conto di essere finito in una storia un po’ più grande di lui.
La cosa gli piacque.

Elisa aveva in mano un foglio appena stampato. Glielo passò.
“L’ho preso da Wikipedia. Ceuta è una città spagnola, in Marocco, è di fronte a Gibilterra. Fa circa settantamila abitanti, ma la cosa più interessante è che oltre ad essere porto-franco non fa neppure parte dell’Unione Europea.”
La ragazza dai capelli blu, seduta sullo scalino sotto la soglia della zona docce ascoltava in silenzio fumando una sigaretta. Bart stava leggendo il foglio, che, cenni storici a parte, non aggiungeva molto di più.
“Sì parte?”
“Sì.”
“Ottimo, guarda qua.” Tirò fuori un altro foglio dalla tasca dei jeans. “Con il treno di domani delle sette meno un quarto di sera siamo ad Algeciras per le nove e mezza del mattino, e da lì ci vuole ancora un’ora di traghetto per attraversare lo stretto. Posti più vicini per imbarcarci non ne ho trovati.”

Aveva dormito un paio d’ore, poi era stato svegliato dai due inglesi che rientravano dalla giornata in spiaggia. Le canadesi erano uscite e non erano ancora tornate. Probabilmente avevano conosciuto qualche nuovo amico.
Nel tardo pomeriggio erano andati a fare un po’ di spesa e avevano cenato in ostello.
La ragazza coi capelli blu aveva finito il suo turno in reception ed era salita da loro.
“Sotto ci sono dei miei amici, andiamo a una festa a casa di un altro amico. Volete venire? Sempre che la tua testa regga.”
Bart, che si era rifiutato di farsi mettere un tampone di garza fermato con del nastro di adesivo di carta, decise che la sua testa avrebbe retto.
Elisa aveva indossato una gonna e gli amici della ragazza coi capelli blu ne erano rimasti piacevolmente colpiti. Un ragazzo sui venticinque anni e dai tratti poco europei cominciò subito a far conoscenza mentre camminavano lungo le vie del centro.
Si chiese se fosse proprio il caso di portare anche lei a Ceuta, ma d’altronde dubitava della propria capacità di persuasione. Per di più s’era rivelata molto utile. Se fossi stato solo, pensò, ora probabilmente sarei in qualche commissariato a cercare di spiegare cosa facessi nella camera del morto.
Che fosse stato proprio il suo aggressore a chiamare la polizia gli parve abbastanza verosimile. Che gli agenti fossero arrivati lì da soli, grazie al loro fiuto, un po’ meno.
Elisa aveva visto alcune persone uscire mentre lo aspettava, ma nessuna con scritto in fronte di aver appena bastonato un uomo.
Anche lui cercava qualcosa visto che s’era portato via computer, cd e foglietti vari.
E Judith?
Doveva saperne di più sulla H&G.



DWmapCEUTFoto fonte: aferry.co.uk

 
postato da: bartolomeoviana alle ore 22:52 | link | commenti (4)
giovedì, 22 giugno 2006
“Da quant è che non ti fai la barba?”
“Tre, quattro giorni.”
“Dovresti. Strano che Candle non si sia lamentata.”
Candela? Beh, ora almeno sapeva il nome della rossa senza doverglielo richiedere. Una figuraccia in meno. Tanto avrebbe saputo farne molte altre.
“Non mi pare che badi a questi particolari.” Di certo non strafatta com'era.
L’albergo era un decoroso tre stelle, ma il peso degli anni lo penalizzava leggermente. Per questo motivo, o per la relativa vicinanza al porto dell’America’s Cup, lo stavano restaurando. Una serie d’impalcature e trabattelli nascosti da un enorme cartellone pubblicitario dell’evento sportivo coprivano una delle facciate laterali.
“Potrebbe tornare utile.”
“Io in realtà pensavo a qualcosa di meno avventuroso. E poi prima dobbiamo sapere qual è la camera.”
“Già fatto. Cioè quasi. Ho scoperto il cognome del nostro amico. Brava eh?”
“Molto.”
Entrarono nell’hotel e mentre Bart si accomodava al bar ordinando un altro caffè, Elisa si diresse verso la reception.
“Buongiorno.” Cominciò a giocare con lo strano pendente che le scendeva fra i piccoli seni abbastanza in vista. Lo sguardo del portiere ne venne subito calamitato.
“Salve, mi dica signorina.”
“Sono un amica di Michael Bender. Non ricordo il numero. Le spiace dirmi se è in camera, per favore?”
“Certo. Un secondo.” Riuscendo in qualche modo a non staccare troppo gli occhi dal petto della ragazza, consultò l’elenco degli ospiti e poi si girò verso il mobiletto a nido d’ape appeso alle sue spalle. Ogni celletta aveva una targa d’ottone con inciso il numero di una stanza. Da alcune spuntava un grosso portachiavi. “Stanza 302. Ma dev'essere uscito, la chiave è qui.” Indicò il mobiletto.
“Grazie mille.”
“Se vuole può lasciargli un messaggio.”
“No, proverò ad aspettare un pochino al bar. Al massimo ritorno, per il messaggio. Tanto lei è sempre qui, vero?”
“Certamente, a sua disposizione.”
Elisa gli lasciò un sorriso e uno sguardo che gli fecero scendere una goccia di sudore dalle vistose stempiature. Maiale, pensò, potrei essere tua figlia… e che padre sfigato avrei.
Era vero, ma all’uomo non sembrava turbare granché la cosa e lasciò che la sua fantasia corresse libera verso il sedere piccolo e tondo che si allontanava.

“Tre, zero, due.”
“Complimenti ragazzina.”
“E' bastato giocare con le frustrazioni del portiere. Uomini....”
“Devo sentirmi tirato in causa.”
“No, tu sei diverso.” Non volle approfondire la questione, incerto se quello fosse o meno un complimento. “Andiamo su allora?”
“Io. Tu rimani qui, e mi fai uno squillo se ti sembra che ci siano problemi.”
“E' un modo gentile per tenermi fuori?”
“Sì.”
Entrò nel primo ascensore e schiacciò il pulsante numero tre. Si guardò allo specchio e decise che in effetti quella sera avrebbe anche potuto radersi.
Il piano era deserto. Un tappeto color bronzo copriva la parte centrale del corridoio Plafoniere in vetro lavorato e piante ornamentali abbastanza voluminose ma ben curate spezzavano la monotonia delle due file simmetriche di porte identiche.
Arrivò davanti a quella che gl’interessava e si fermò.
Aprì lo zainetto e prese un cacciavite a taglio fra i più grossi. Si guardò ancora intorno e ascoltò che non arrivassero rumori dall’interno. Un ennesimo retaggio di svariate letture poliziesche.
Il cartellino non disturbare pendeva dal pomello girevole che fungeva da maniglia. Vi si appoggiò e lo girò quel tanto che riusciva.
Sotto la sua pressione la porta si spalancò di colpo.
Era semplicemente aperta.
Forse il cartellino era bastato a tener lontani gli addetti alle pulizie. Una stanza in meno da pulire.
Era perplesso ma soddisfatto, pur non aveva fatto praticamente nulla.
La camera era anonima e molto in disordine. Il letto a due piazze ancora sfatto.
Ti piaceva dormire largo Michael o ti piaceva dormire con Judith? Pensò con una nota di sarcasmo, e ben poco rispetto per il morto.
Qualche vestito sparso su una poltrona. Alcuni per terra. Il telecomando della tv e un paio di occhiali da sole sul comodino. Tutto quel che poteva interessarlo stava su un tavolino che tentava di fingersi scrivania grazie all’aiuto di una sedia da ufficio, che chiamarla a rotelle poi si equivoca. Giochicchiando ancora col cacciavite diede una rapida occhiata.
Un portatile aperto, ancora collegato alla presa di corrente. Un cd riscrivibile. Le tre lettere H&G scritte con un pennarello nero sulla custodia trasparente. Un’altra custodia vuota. Un blocchetto per appunti e un altro di post-it gialli. Ce n'era uno era appiccicato al bordo dello schermo del portatile. Judith giovedì notte Ceuta molo 17.
Ceuta… stava cercando di mettere a fuoco quando fu tutta la stanza ad sbiadire. Il calcio della pistola lo colpì forte sulla nuca. Mentre crollava al suolo e sveniva con la faccia sulla moquette fece ancora in tempo a provare un secondo di dolore.



nice_hotel_roomFoto fonte: paolovalde's photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 19:34 | link | commenti (4)
giovedì, 01 giugno 2006
Attraversò senza interesse il reparto al pian terreno del Corte Inglés, nonostante fosse quello di abbigliamento femminile e profumeria.
Le commesse erano carine, ma troppo professionali. I gilet scuri non permettevano ai capezzoli di farsi intravedere sotto le camicette bianche.
Cercò di capire dove andare, ma la grossa piantina colorata vicino alla scala mobile era un po’ confusa.
O forse era lui ad esserlo.
La musichetta commerciale che gracchiava in sottofondo non era certo d'aiuto.
Pensò ai mesi e mesi di stage sottopagati, quando non gratuiti, passati nella speranza di essere assunto. A sua madre, così felice quando firmò il suo primo vero contratto anche se non in banca, come sognava lei che aveva sempre diviso il mondo fra chi lavora in banca e chi no.
Mesi di ricerche noiose sul posizionamento dei prodotti nei supermercati. Informazioni su scaffali, gondole, espositori, packaging, promozioni, offerte speciali e saldi. Pagine tristi e composte nel loro stile asciutto e impersonale. Costringendolo ad annullare ogni velleità narrativa, ogni sogno da scrittore che si portava dietro dai tempi del liceo. Il massimo della vivacità era portato dai grafici e dalle tabelle che ornavano l'opera, una relazione che forse nessuno aveva mai letto, accontentandosi di vederne il riassunto schiacciato nelle poche diapositive di una presentazione multimediale.
E poi un giorno la proposta di un lavoro decente, finalmente una mano a tirarlo fuori dall'abisso dei precari, così utili per ridurre il tasso di disoccupazione nelle statistiche da sbandierate in campagna elettorale. Alla faccia della realtà fatta di affitti e bollette. Ma la cosa ormai non lo riguardava più.
Adesso, con una brillante carriera alle spalle e una conoscenza praticamente perfetta dell’argomento, arrivato all’ultimo piano, il sesto, non era stato neppure capace di trovare qualcosa che lontanamente somigliasse a quel che cercava.
Un vero professionista.
Scendendo per uscire, si lasciò andare cercando di scoprire qualche accenno di capezzolo. Convinto che in fondo una piccola tensione della stoffa scura si potesse anche notare con un po’ d’impegno.
Non sapeva bene come si forzano le porte, non ne aveva grande esperienza. Ma considerando quanto quest’ultima gli stesse servendo nell’ipermercato, non se ne preoccupò.
In quei giorni si sentiva inebriato dalla libertà ritrovata. Calato in un'incoscienza che chiedeva azione.

Aveva deciso di nuovo di sfruttare le sue memorie letterarie, altro che università e cultura aziendale. In un vecchio libro il protagonista, un italiano, perso da qualche parte in Messico, dovendo entrare nella camera dell'uomo che gli aveva fregato i soldi, aveva fatto saltare schegge dello stipite e della porta con un opinel, fino a poterlo infilare nella serratura per farla scattare.
Non sapeva come fossero fatte quelle dell’albergo in cui aveva alloggiato Michael, e magari anche Judith. In realtà non sapeva neppure se Elisa fosse riuscita a scoprire quale fosse, ma in qualche modo doveva pur ingannare il tempo.
E per quanto i piaceri dell'alcol fossero tornati prepotentemente a sedurlo, ubriacarsi all'ora di pranzo non sembrava una buona idea.
Mentre rifletteva sulle sue scarse doti di scassinatore si accorse di aver fatto un piano in più e di essere arrivato nel seminterrato dove c’era il supermercato vero e proprio. Le luci al neon molto più intense che altrove sopperivano alla mancanza di vetrate.
Una parte del piano era occupata da accessori e ricambi per auto. Coprisedili, cerchi in lega di tutte le fogge, spoiler, terminali per marmitte e cose del genere. E a giudicare da parecchie macchine che aveva visto in giro, era tutta roba che vendeva bene.
S’infilò fra gli scaffali, e dopo un po’ trovò qualcosa che, aiutato da un coltello da cucina per rifinire il lavoro e una buona dose di fantasia, avrebbe potuto sostituire l’opinel.
Prese il set di cacciaviti con un sorriso compiaciuto. Un po’ ebete forse.
Prima di andare alla cassa passò nel reparto abbigliamento giovani, e per quanto Elisa lo prendesse in giro, non si sentì poi così fuori posto. Vi si aggiravano molti altri trentenni che si credevano ben più giovani di lui a giudicare dai vestiti che stavano provando.
Uscito dall’ipermercato mise i cacciaviti e la borsa di nailon con il logo nero e verde nello zainetto che aveva deciso all’ultimo di comprare.



escalatorFoto fonte: 3blindmice's photos



postato da: bartolomeoviana alle ore 20:38 | link | commenti (5)
lunedì, 08 maggio 2006
Sbadigliò sonoramente mentre un ragazzo e una ragazza gli passavano davanti di corsa. Ce n’era parecchia di gente che correva lungo i sentieri ghiaiosi del parco.
Aveva appena finito di controllare i giornali del mattino. Per sicurezza li aveva presi tutti sotto lo sguardo perplesso dell'edicolante.
Nessuna novità sul caso che gl’interessava. Il nome del biondo. Michael. Non era ancora venuto fuori. L’ipotesi della rapina si faceva largo tra le dichiarazioni della polizia che dava già segno di voler chiudere velocemente le indagini.
In compenso trovò il comunicato di Allerta Rossa del Subcomandante Marcos che aveva tanto agitato il governo Messicano. Era curioso di sapere come sarebbe andata avanti la storia.
C'era un buon profumo di cambiamenti nell'aria.
Per precauzione strappò le pagine che riguardavano il suo caso e quella col comunicato zapatista, poi buttò i giornali in un grosso bidone per la raccolta della carta.
Aveva percorso metà del parco prima di concedersi la pausa di lettura, ma non aveva visto nulla d’interessante a parte la ragazza in pantaloncini che correva.
Abbassò gli occhiali da sole appoggiati sulla fronte e proseguì in direzione della Ciudad de las Artes y las Ciencias.
Cercò di capire come oltrepassare un campetto da calcio recintato, ma alla fine lasciò perdere e tornò indietro fino alla prima rampa di scale, salì al livello stradale e ridiscese appena oltrepassato il campo.
Arrivato al penultimo, largo ponte, vide finalmente un piccolo boschetto di arbusti e piante basse. Era circondato da un cordone di nastro bianco e rosso simile a quelli usati nei cantieri, ma con la scritta policía ripetuta a intervalli di un metro o poco più.
Si guardò intorno un attimo e poi si avvicinò.
In fondo, muovendosi con naturalezza, anche se qualcuno l’avesse visto alzare il nastro ed entrare nel boschetto, avrebbe potuto passare per un poliziotto venuto a ricontrollare la scena del delitto.
Un poliziotto in pantaloncini e maglietta? Scacciò il pensiero con un gesto della mano, quasi fosse stato lì presente. Ma si sentì lo stesso inadatto a quel che stava per fare.
Se poi a scoprirlo fosse stato un poliziotto vero avrebbe avuto bisogno di una storia davvero convincente.

Vide il posto dov'era stato trovato il cadavere. Rametti spezzati e petali di fiori schiacciati sul terreno, ormai tendenti a un brutto color marrone. Alcuni schizzi scuri, rappresi, si potevano ancora vedere sui piccoli tronchi e su qualche pietra.
Niente di più



dscf1767Foto fonte: ArcherPhoto's photos



Tornando verso l’ostello si fermò in un bar a prendere un caffè. Amaro come al solito. Continuava a sbadigliare. Avrebbe voluto dormire almeno qualche ora quand’erano rientrati, ma i piani della canadese erano stati altri. Chi era lui per rovinarglieli?
Lasciò i soldi sul bancone e salutò il barista che stava caricando la lavastoviglie.
Durante una seconda tappa entrò in un punto informativo per turisti e si fece dare la lista degli alberghi di Valencia.

Elisa era seduta sul letto. Lo salutò dall'alto, con un cenno, e gli offrì la canna appena accesa. Dopo un primo tiro impacciato riacquistò la confidenza perduta. Quell’aria gli piaceva infinitamente di più di quella condizionata che respirava in ufficio.
La rossa dormiva ancora nel suo letto coperta solo dal lenzuolo. Rimase un secondo a guardarla. Sembrava un angelo, così addormentata.
L’asciugamano di lei ripiegato in due nel verso della larghezza e steso sul bordo del letto come l’aveva lasciato quando si era alzato per uscire.
“Dov’eri finito?”
“Ho fatto un giro inutile nel parco.”
“Potevi chiamare.”
“Non c'era bisogno. Tanto valeva lasciarti dormire.”
Lei fece un lungo tiro trattenendo per un po’ il fumo.



“Dormire dopo aver sentito voi due non è stato tanto facile.” Si mordicchio il labbro inferiore in un mezzo sorriso.
“Eri sveglia?”
“Eh già, silenziosi come siete stati. Ma non importa, hai una faccia più serena adesso.”
“Sarà il sonno.”
“Sì… il sonno.” Altro tiro lungo e lento. “E adesso?”
Bart le porse l’elenco.
“Dovresti telefonare agli hotel e chiedere di Michael. Se ci va bene prima o poi beccherai quello giusto.”
“E perché dovrebbero dirmi qualcosa?”
“Improvvisa, inventati qualcosa, sei una donna… Descriviglielo, magari omettendo che è morto, raccontagli che l’hai conosciuto l’altra notte, che l’avete finita assieme ma lui ti ha detto solo il suo nome e quello dell'albergo, e adesso vuoi rivederlo… una storiella vale l’altra.”
“Mmh, potrebbe funzionare. Bravo.”
“Non è mia, l'ho letta in un romanzo.”
“Ah.” Elisa guardò l'elenco. “Però sono tantissimi.”
“Trentatré. Volevi aiutarmi? Qui c’è il cellulare dell’azienda, offrono ancora loro. Fossi in te partirei dalle categorie più basse.”
postato da: bartolomeoviana alle ore 15:31 | link | commenti (7)
giovedì, 27 aprile 2006
Il locale era da qualche parte nella zona de El Carme. Una specie di discopub che raccoglieva i più svariati generi di fauna umana. La musica era troppo alta per consentire una qualsiasi conversazione che potesse andare oltre quella necessaria per creare una coppia che sarebbe durata al massimo fino al sorgere del sole.
Bart era appoggiato con la schiena al bancone e beveva un mojito non troppo slavato. Le ragazze ballavano schiacciate fra decine di corpi sudati che si muovevano ai ritmi house. Le luci ogni tanto illuminavano la mischia facendogliele scorgere appena. I movimenti e i contatti fra le due canadesi erano quantomeno ambigui e catalizzavano gli sguardi e i commenti di parecchi ragazzi. Bart sentì quelli di tre italiani che si erano fermati di fianco a lui.
Idioti.
In cuor loro già sapevano che sarebbero tornati a casa sbronzi e soli.

Elisa lo raggiunse.
“Le tue nuove amiche sono lanciate.”
“Vorrei vedere, con quel che han tirato in bagno potrebbero andare avanti due gironi.”
“E tu che ne sai?”
“Ricordi dove sono nata? Da me s’impara presto e si decide anche presto da che parte stare.”
“E tu da che parte stai?”

I due giorni in realtà si erano consumati in poche ore e alle quattro e mezza il gruppetto attraversava Plaza de la Reina diretto verso casa. C’era ancora parecchia gente in giro.
Bart respirò a fondo il caldo della notte, cercando di intuire le stelle nascoste dai lampioni.

Steso sul letto ascoltava le macchine che passavano in strada. Poche. Ma il traffico cominciava ad aumentare. Di lì a un paio d’ore la popolazione operosa e produttiva si sarebbe riappropriata del mondo.
La grossa porta di legno verniciato si aprì e lasciò filtrare per un attimo la linea di luce proveniente dal corridoio. Un’ombra veloce si avvicinò. La seguì con lo sguardo. I piedi nudi silenziosi sulle mattonelle fredde.
L’asciugamano scivolò per terra e la rossa, ancora bagnata, si stese al suo fianco, poi gli salì sopra. Bart pensò all’irlandese.
Per un attimo.



TOXIC_FESTIVAL_18.02.2006_Discoteca_Brujos_(Lima,_Perú)Foto fonte: listadark.com's photos

postato da: bartolomeoviana alle ore 17:12 | link | commenti (2)
sabato, 15 aprile 2006
Elisa non aveva mai visto Valencia. Uscita dalla stazione rimase colpita dall’enorme piazza, le strade larghe e pulite, i monumenti che riempivano il centro tra giardini e fontane. I palazzi, storici o recenti, tutti perfetti e ben curati.
Arrivati in Calle la Paz trovarono l’unico ostello ed entrarono. Una ragazza con vistosi capelli blu e un piercing sul mento li accolse con una cascata di parole sull’ostello, su di lei e sulla città.
Trovarono posto in una camera da dodici al primo piano. C’era un gruppetto d’italiani che non mancò di scivolare con lo sguardo nei jeans di Elisa, due ragazzi inglesi dall’espressione particolarmente tonta che si stavano pettinando con lacca e spazzola e una loro connazionale affondata in un libro che teneva a dimostrare la più totale estraneità verso i due. Il castello di fianco a quello di Bart ed Elisa era occupato da un paio di canadesi.
Bart si presentò in inglese. Non aveva molta voglia di farsi riconoscere dai suoi connazionali.
Lasciò Elisa a chiacchierare in francese con le canadesi e andò a fare un giro per l'ostello.
Aveva già scordato i loro nomi.
Al terzo piano c’era una grossa cucina e uno spazietto con tre postazioni Internet, al quinto una sala ricreazione. Entrando fu assalito da un fresco improvviso che gli gelò il sudore lungo la spina dorsale.
Pareti colorate, poster di luoghi esotici, divani bassi, forse un po’ troppo lounge e persino un biliardo. Infilò un euro nel distributore automatico e premette il grosso pulsante trasparente. Il rumore della lattina che sbatteva contro lo sportellino di plastica fece girare i presenti per un attimo. Prese la birra gelata e l’aprì attento a non schiumarla sul parquet.

Elisa gli chiese di nuovo che fine avesse fatto il suo moralismo sugli alcolici.
“A parte che non considero la birra davvero alcolica, la morale è meglio usarla per altre questioni. Ormai è tardi, domani voglio fare un giro al parco dove hanno trovato il biondo…”
“Michael.”
“Sì.” Poi si rivolse alle due ragazze. “Da quanto siete a Valencia?”
“Tre giorni, anche se il secondo io l’ho passato quasi tutto a dormire.” Rispose sorridente quella con i capelli rossi e una camiciola leggera e particolarmente scollata
“Nottata pesante?”
“Molto.” Scambiò uno sguardo con l’amica e aggiunse qualcosa in un francese molto stretto.
Bart guardò Elisa che fece segno di no con la testa e rise. “Non posso dirtelo. Potrebbe turbarti troppo.”
“Vabbé.” Tornò a rivolgersi alla rossa. “Avete sentito del cadavere trovato l’altro giorno?”
“Non è una cosa che passa tanto inosservata. Pensate che eravamo in un locale lì vicino quand'è successo...”
Finse di interessarsi al racconto mantenendo un'espressione abbastanza seria. Sorridendo di quando in quando.

L’acqua gli colava fresca sul corpo. Sentiva senza ascoltarli i discorsi degli altri ragazzi nel bagno. C’era solo una tenda di nylon verde sporco fra di loro, ma la sua mente era lontana chilometri. Pensava a Judith che forse era in quella stessa città, la terza di tutta la Spagna per abitanti. Trovarla non sarebbe stato facile.
Pensava all’uomo morto.
Era geloso?
No.
O meglio, non sapeva ancora darsi una risposta. E ormai lui era morto.
Era preoccupato per Judith. Fino a quel momento era stata una scusa o poco più per partire. Fuggire avrebbero detto i ben pensanti. Ma quel cadavere tra i cespugli cambiava un po' le cose.
Forse si era trattato semplicemente di una rapina andata male, ma i vecchi mariti grassi, pelati e cornuti a volte possono diventare pericolosi, non era un'ipotesi tanto azzardata. Ci son telegiornali che riempiono puntate intere parlando di meteorologia e uxoricidii.
Aveva pensato poco in quegli ultimi giorni, e ora lo stava pagando con gl’interessi.
Pensò ad Elisa. Una ragazzina che viveva da sola, con genitori così benestanti da poterle pagare gli studi in una scuola privata europea. Tornarono a farsi strada gli stereotipi banali sulla Colombia, ma in fondo non gl'interessava sapere la verità. I suoi di soldi non erano tanto più puliti di quelli di un qualsiasi signore della droga. Se non aveva mai dovuto infrangere la legge era solo perché non ce n'era mai stato bisogno, e perché le leggi le hanno sempre fatte quelli per cui aveva lavorato. O i loro amici onorevoli.
L'onestà è un'altra cosa.
Pensò ad Antonella in Costa Smeralda, che probabilmente a quell’ora si stava preparando per andare in qualche locale alla moda per viziati figli di papà e personaggi resi famosi dai programmi tv stupidi della domenica pomeriggio.
Magari era in compagnia di qualche amica, o di qualche nuovo amico.
Geloso?
No.
E questa volta ne era certo. Non l’amava più, le voleva bene, questo sì, ma ne voleva almeno altrettanto a Elisa che conosceva da nemmeno due giorni.
Pensò ancora per un po’ e poi chiuse l’acqua. Le voci erano sparite. Era rimasto solo, con le uniche due certezze a cui era giunto.
La prima era che non sarebbe più tornato al suo lavoro a costo di andare a scaricar frutta nei mercati.
L’altra era che, con tutte quelle donne nei suoi pensieri, ma soprattutto intorno, aveva davvero bisogno di scopare.



ducha_(II)Foto fonte: iulius' photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 16:08 | link | commenti (14)
lunedì, 10 aprile 2006
Il rumore ritmico e ripetitivo del treno. La campagna catalana che passava veloce attraverso il doppio rettangolo del finestrino. Ogni tanto uno spicchio di mare appariva sullo sfondo. Erano passati all’ostello a prendere le loro cose e l’irlandese dormiva ancora. Avevano salutato Maruja e gli altri baristi promettendo che sarebbero ripassati di lì prima o poi, e alle cinque del pomeriggio erano sul primo treno per Valencia.
“Avrei dovuto partire da solo.”
Elisa schiacciò il tasto pausa del lettore mp3 e si tolse gli auricolari.
“Smettila. Hai bisogno di qualcuno che vegli su di te.”
“Una ragazzina di sedici anni?”
“Ognuno ha l’angelo custode che si merita. Però mi spieghi perché cerchi Judith?”
“Tre settimane fa mi ha mandato una lettera. Dopo anni. Antonella quando ha visto il nome sulla busta ha cominciato a chiedermi di lei, e a starmi addosso rendendosi davvero insopportabile. Ho passato la notte sul divano a leggere e rileggere la lettera. In realtà c’era scritto ben poco. Mi diceva che avevo ragione. L'aveva capito solo allora. Aveva anche scoperto che suo marito non era neppure l’uomo buono che credeva. E se n'era andata.


…ti sto scrivendo dal bar di Barcellona di cui mi avevi parlato. E’ davvero un posto carino e poi si respira aria di libertà e di viaggi.
Il nome d’altronde è tutto un programma.
Ti avrei mandato una mail, ma non so come recuperare il tuo indirizzo, quindi quando mi leggerai potrei non essere già più qui.
Forse ci rivedremo, non so. Intanto mi sono fatta scattare questa foto per te. Non sarò più quella di otto anni fa, ma spero di non rovinare il ricordo che hai di me, tu ormai sei un uomo e io sto invecchiando…


Mi salutava con un bacio dicendomi che ero stato la cosa migliore che le era capitata, fino al biondo immagino, e mi raccomandava di non cambiare mai.
Mi sono sentito uno schifo. I ricordi hanno cominciato a fluire e io cercavo di capire come avevo fatto a ridurmi così. Sul letto il corpo di Anto coperto da una sottoveste di raso blu mi chiamava per far pace. Un pace temporanea.
Avevo voglia di una birra o di un cocktail, ma in casa non c’era nulla. Ho fatto fuori due litri di succo di mela. Il giorno dopo al lavoro sarò andato a pisciare dieci volte e ogni volta guardavo il tipo nello specchio del bagno e cercavo il ragazzo che attraversava l’Europa in macchina, litigando con parcheggiatori e campeggiatori francesi, e con una buona scorta di libri nello zaino. Storie di ribelli, detective privati, disadattati e rivoluzionari. Ho tirato un pugno contro la porta di un bagno sfondando i due strati di compensato.
Non ci voleva uno psicologo per rendersi conto che qualcosa nel meccanismo del responsabile marketing era andato definitivamente a puttane.
Ho deciso di partire per un po’, e dovendo scegliere una meta mi sono messo sulle tracce di Judith, tutto qui.”
“Te l’ho detto hai bisogno di qualcuno che vegli su dite, non vorrei che il responsabile saltasse fuori di nuovo.”
“Grazie… però adesso che il suo amico è morto, mi sa che la cosa si può complicare un po'.”
“Sarà più divertente.” Concluse la ragazzina e gli passò un secondo paio di auricolari. L’arrivo era previsto per le otto di sera. Ne mancavano ancora due.
Un signore sulla cinquantina si accomodò nello scompartimento.



40 - train_to_valenciaFoto fonte: low.'s photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 15:55 | link | commenti (7)
lunedì, 03 aprile 2006
Elisa entrò in camera scalza, in mutandine e maglietta, portando due bicchieri di caffè.
Bart bevve un sorso e si stupì. “Buono.”
“Lo so. Siete voi a pensare che se uno non è italiano dovrebbe avere almeno una laurea in ingegneria per usare bene una caffettiera.”
“Che ore sono?”
“L’una e dieci.”
“Bene. Doccia, pranzo e poi vado da Maruja.”
“Andiamo da Maruja, devo tenerti d’occhio. E per il pranzo sei mio ospite, mangiamo fuori.”
L’irlandese non s’era ancora ripreso. Elisa gli passò vicino per raggiungere il letto e recuperare un paio di pantaloni.
“E’ vivo?” Chiese Bart.
“Sembra che respiri. Ed è anche asciutto, quasi.”

Camminarono lungo le vie del Barrio Gotico soffermandosi a guardare qualche vetrina. Librerie per lo più.

Ordinarono Paella nel dehor di una trattoria come una coppia di turisti qualsiasi.
Il vino bianco era profumato e aspro, ma così freddo da andar giù liscio.
Mentre aspettavano Bart prese una copia di El Pais appoggiata sul tavolino di fianco e scorse i titoli principali.
“Basta che non ti metti a leggere le quotazioni di borsa.”
“Cronaca e politica, posso?”
“Mmh.” I gomiti puntati sul tavolo, Elisa poggiò il viso fra le mani con un smorfia rassegnata.
In medio oriente continuavano i massacri pro-democrazia.
Un aereo privato con a bordo il vice-presidente cristiano del Sudan era precipitato, il paese rischiava di ricadere nel caos e gli scontri tra musulmani e cristiani di riprendere da un momento all’altro. La comunità internazionale con una buona dose di falsità e menefreghismo garantiva pieno appoggio al governo centrale, auspicando al contempo che i diritti delle minoranze fossero rispettati e bla bla bla.
Un nuovo comunicato dell’esercito zapatista aveva allarmato i politici e gl’intellettuali messicani. Ogni volta che quei disperati se ne uscivano con una delle loro campagne il governo federale finiva per fare una figuraccia con i padroni a nord del Rio Bravo. Gran comunicatore il subcomandante. Il sogno di ogni multinazionale, ideali a parte.
Il cadavere di un uomo ancora da identificare era stato trovato la sera precedente nel parco che occupa il vecchio corso del fiume Turia a Valencia da una coppietta che si era allontanata dal gruppo di amici per cercare un po’ d'intimità. L’uomo non aveva documenti, ma le buone condizioni del corpo facevano sperare in un rapido riconoscimento. Per facilitare il compito della polizia era stata pubblicata la foto. La testa reclinata spuntava da un telo bianco che copriva il resto. Capelli biondi, corti, barba di qualche giorno e alcuni tagli sul viso.
Con due comunicati pubblicati a poche ore di distanza l’uno dall’altro, un'eminente cardinale si trovava in forte disaccordo, citava il quotidiano, con il governo israeliano ed Harry Potter.
Fatico a trovare il nesso, si disse Bart, ma in fondo non ho particolare simpatia per nessuno dei due.
Un altro barcone d’immigrati era affondato al largo delle coste italiane mentre il premier veniva criticato dalla comunità europea per non aver preso provvedimenti contro un paio di ministri corrotti, e un onorevole senatore si lasciava andare in pesanti dichiarazioni che definire razziste sarebbe stato quanto meno eufemistico.
Chiuse il giornale.
“Vado in bagno.”

Al ritorno trovò Elisa che stava parlando al suo cellulare.
“Aspetta, è qua, te lo passo.” Allontanò il telefono coprendo il microfono. “E’ la tua ragazza rompicoglioni. Se vuoi stacco.”
“No, dammi.”
Prese il telefono.
...
“No, non è Judith, è una ragazzina che ho conosciuto qui in ostello. E comunque ciao.”
...
“No, non sono andato in albergo, ho cambiato idea, ma stai tranquilla. Tu come stai?”
...
“Hai ragione, ma ero preso.”
...
“No, non da lei.”
...
Elisa lo guardava tra il divertito e il rassegnato. “Certo che ci metti poco a tornare un bravo cagnolino, vecchio.”
Fece finta di niente, ma gli salì alla gola un sapore acido che non era causato del vino.
“No Anto, non ti sto tradendo, anche se quando mi fai certe paranoie ne avrei voglia. Qua le tentazioni non mancano proprio.” Guardò la sua nuova coscienza sedicenne, sempre particolarmente scoperta e poi due ragazze di colore sedute a un tavolo lì vicino. Il pensiero corse al discorso pseudofascista letto poco prima sulle radici dell’occidente e la razza da proteggere dal pericolo del meticciato.
Mentre Antonella da qualche parte in Costa Smeralda continuava il suo di discorso pseudofascista nei confronti della dignità di Bart, lui aveva sempre più voglia di meticciarsi con le due ragazze. Al diavolo l’occidente. E i suoi figli prediletti, le sue figlie soprattutto. Si versò un altro bicchiere e lo buttò giù d’un fiato.
...
“Sì, sto bevendo, e allora?” La voce gli venne fuori spocchiosa e tagliente. Se ne compiacque parecchio e sorrise. “No Anto, non so quando torno e non so se lavorerò ancora in quella cazzo d’azienda, mi sono ricordato di aver avuto una coscienza. Se ti va bene è così, se no penso che da quelle parti troverai dei degni sostituti, ora scusa, mi si fredda la Paella e mi si scalda il vino. Ciao, tesoro.” Chiuse lo sportellino del telefono troncando la comunicazione.
Le ultime frasi gli erano uscite improvvise, e ancora gli si ripetevano in testa. Quasi faticava ad afferrarne completamente il senso, ma decise di rimandare a data da destinarsi gli esami di coscienza.
Elisa alzò il bicchiere e aspettò che lo sfiorasse col suo.



sf_cafe
Foto fonte: jessica bo-bessica's photos



Le foto erano archiviate anno per anno e venivano proiettate solo quelle scattate in quello in corso. C’erano più di sei gigabyte d’immagini. Per alcune l’identificativo del file era semplicemente una data, in altre comparivano anche i nomi delle persone ritratte.
Bart le ordinò per nome e richiamò la lettere J. Scorse l’elenco ma non trovò quel che cercava.
Pensò di provare con la data, bene o male sapeva in che periodo era stata lì. Sarebbe stato assurdo che vedendola nessuno l’avesse fotografata.
Alla luce del giorno il bar faceva tutto un altro effetto.
Elisa entrò e lo raggiunse.
“Sono passata da Plaça George Orwell.” Gli mostrò un pezzo di fumo abbastanza grosso avvolto in carta velina.
“Sempre piena di tossici?”
“Tossici, piccioni e turisti.”
“Che immagine poetica; un omaggio alla Catalunya.”
“A me è piaciuto quel libro.”
“Anche a me.”
“Leggevi Orwell e sei finito a fare marketing.”
“Succede.”
“Beh, vedremo di tirarlo fuori dal baratro.” Maruja strizzò l’occhio a Elisa avvicinandosi.
“Hai trovato foto di Judith e del suo nuovo amore?”
“Ancora no. Però… hai ragione.”
“Certo. Su cosa?”
“Può darsi che sia stata salvata col nome di lui.”
Avviò una ricerca col nome di Judith e infatti saltarono fuori tre file.

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“Visto che brava?” Scherzò Elisa. Lui le accarezzò la testa contento. Dimenticandosi dell'idiozia di quel gesto. “Beh, questo mi piace, ma se mi dai un bacio preferisco.” Bart, le sorrise e si rivolse a Maruja.
“Avete una stampante per caso?”

Niente stampante, com'è prevedibile in un bar, ma il lettore mp3 di Elisa bastò per copiare i file.
Bart ne aveva aperto uno per controllare e s'era rabbuiato di colpo.
Raggiunto l'Internet Point più vicino porse la carta d'identità all'uomo alla cassa e sa la vide restituire con gesto disinteressato.
“Perché la carta?” Chiese Elisa.
“Abitudine. In Italia ci vuole.”
Lei lo guardò più stupita che per tutto ciò che lui aveva detto fino a quel momento.
Usciti dall’I.P. si fermarono su una panchina a guardare le immagini con calma.
“Carino il biondino della tua Judith. Anche lui mi sembra un po’ più giovane di lei. Dev’essere un vizio.”
Bart non diede seguito alla provocazione.
“L’ho già visto.”
“Quando?”
“Oggi.” Si alzò e attraversò la strada con la ragazzina che lo guardava allontanarsi, raggiungere un’edicola e tornare con un quotidiano. Aprì El Pais, lo sfogliò fino al punto che cercava e mostrò la pagina di nera a Elisa.
postato da: bartolomeoviana alle ore 10:34 | link | commenti (21)
lunedì, 27 marzo 2006
Solo un barista riconobbe la donna nella foto. Era stata lì per qualche sera, una settimana forse, e poi era sparita. Con lei c’era un uomo, ma ovviamente non se lo ricordava altrettanto bene. Disse che gli dispiaceva e tornò a spillare sangria per un gruppo di inglesine in atteggiamento da femme fatale traballanti. Bart le gustò per bene.
“Ehi vecchio, avranno la mia età!”
“Lo so, per questo non dovresti passare tutto questo tempo con me.”
Maruja tornò con tre chupito di rum scuro e li posò sul tavolo.
“Se vuoi passare domani in giornata puoi dare uno sguardo al portatile dove salviamo le foto, magari c’è qualcosa.”
Era troppo ubriaco per essere deluso, ringraziò la barista e butto giù il chupito imitato dalle due ragazze.
Era davvero tanto che non si riduceva così. Era felice. E troppo in là per pentirsene.

“Andiamo a casa?”
“Non chiamerei l’ostello casa, comunque sì.”
Arrivarono sulle Ramblas che aveva smesso di piovere. Giovani puttane di colore avvicinavano gli ultimi passanti più per abitudine che per altro, già sapendo che non sarebbero riuscite a cavarne un soldo.
Mancavano gli addetti al lavaggio strade armati di idranti per completare il quadretto. Probabilmente di acqua ce n’era già abbastanza.
Bart svoltò verso sinistra.
“Casa è di là!”
“Ho cambiato idea.”
Raggiunsero il porto e si sedettero sul bordo del grosso pontile davanti al centro commerciale.
Elisa si accese una sigaretta e porse il pacchetto a Bart.
“No, grazie.”
L’eco della musica suonata nelle discoteche del Mare Magnum li raggiungeva fin lì. Le zone d’acqua illuminate dai lampioni lasciavano intravedere le grosse meduse scure che ondeggiavano fra i pali della banchina. Ombre nere nell'acqua sporca.
“Vecchio, ma tu che fai nella vita? A parte scoparti belle donne ancora più vecchie di te.”
“Ho smesso anche di fare questo. Sono responsabile marketing per un’azienda di telecomunicazioni. ICT e roba simile. Hai presente?”
“Poco. Cosa fa un responsabile marketing? Anche se stasera non mi sembri molto responsabile.”
“Secondo i professori e i libri di testo un buon esperto marketing studia i prodotti, individua il target di acquirenti più adatto a cui offrirli e i mezzi migliori per farlo, il tutto garantendo il miglior rapporto qualità-prezzo. Un ottimo esperto di marketing invece individua il gruppo più influenzabile, lo convince di aver bisogno del prodotto e poi gliene vende una versione che vale molto meno ma costa molto di più.”
“Tu sei uno di questi?”
“Io mi faccio anche ringraziare dal cliente dopo. E poi quelli buoni stanno a far la fila per un contratto a progetto di due o tre mesi, sbattendosi a lavorare più di quanto io mi sia mai sognato di fare in un anno. Comunque sono utili, se qualcosa va male e te ne accorgi per tempo trovi sempre un modo per far ricadere la colpa su uno di loro.”
“Che schifo.”
Elisa colpì col mozzicone una medusa che si muoveva subito sotto la superficie.
“All’inizio non ci pensi, ti concentri sul lavoro, sulla carriera e sullo stipendio. Magari smetti anche di far tardi la sera e di svegliarti in letti di donne di cui non ricordi il nome, perché altrimenti in ufficio proprio non ce la fai a star su. Così finisce che credi d’innamorarti e ti fidanzi con una che con te proprio non centra niente, e per un po' il fegato smette di farti male.
Quando poi ti trovi a un buon punto della salita e guardi giù capisci quel che stai facendo davvero. I dolori riprendono, ma per altri motivi. Se sei abbastanza cinico vai avanti, aiutato da una pastiglia di Malox e qualche aspirina nei momenti di crisi, altrimenti molli tutto e nella maggior parte dei casi non ti riprendi più.”
“E poi dicono che fumare uccide.”
“Io sono pure allergico all’acido acetilsalicilico, rischio di dissanguarmi ogni volta che butto giù un'aspirina.”
“Quindi?”
“Mi sono preso un mese di ferie per cercare Judith.”



el_port_de_barcelonaFoto fonte: Hipocondríaca's photos


postato da: bartolomeoviana alle ore 19:24 | link | commenti (26)
martedì, 21 marzo 2006
Stavi litigando con un francese. Un francese basco. E quando dico che stavi litigando significa letteralmente che tu stavi litigando, mentre lui nemmeno ti guardava.
Avevi aspettato mezz’ora perché arrivasse ad aggiustare la cassa automatica del parcheggio sotterraneo che ti aveva mangiato il ticket.
S'era formata una fila di turisti che solo grazie a dio e a una famiglia di filippini aveva deciso di non mangiarmi vivo… fino a quel momento.
Quando il tizio tracagnotto e bianchiccio era finalmente comparso da non si sa dove, e aveva cambiato il rotolo di carta degli scontrini, perché solo di questo si trattava, la folla aveva cominciato a defluire, mentre tu eri rimasto lì come un fesso senza biglietto.
Avevi inseguito Bombolo dentro il suo ufficetto polveroso ricavato chiudendo un angolo dell'ampio garage con due pareti di alluminio e plexiglas. Ripetevi in inglese che avevi bisogno del biglietto per uscire. Lui continuava a ignorarti e a scarabocchiare moduli senza convinzione.
Ovviamente che parlasse italiano era fuori discussione, ma nemmeno l’inglese e il tuo spagnolo stentato servivano a qualcosa.
Dopo quasi dieci minuti di polilinguismo buttato al vento, mentre stavi decidendo se tirare un pugno a lui o al distributore dell’acqua e poi utilizzarlo per tramortirlo, è entrata una donna.
Bella. Vestita bene ma non in modo appariscente. Una maglietta chiara, una gonna lunga a fiori colorati e un paio di sandali. I capelli lisci color miele e gli occhi nocciola con appena un accenno di trucco. L’abbronzatura leggera di pochi giorni di mare.
Purtroppo l’espressione di sufficienza era inequivocabile.
“Un’altra cazzo di francese.” Sei sbottato in italiano.
D’altronde a Biarritz forse è normale e quello fuori posto eri tu.
Lei si aprì in un sorriso che ti fece sentire in colpa. Giusto un pochino. Poi ti chiese in inglese qual era il problema.
Le spiegasti e lei tradusse le richieste a Bombolo che ovviamente le prestò molta più attenzione che a te.
In un attimo avevi in mano un nuovo biglietto ed eri fuori dal parcheggio.
La luce del sole alto sopra i palazzi ti colpì gl’occhi dolorosamente costringendoti a infilare gli occhiali
Era ora di pranzo.
Faceva caldo. Almeno trenta gradi a cui si opponeva solo la brezza che spirava dall’Atlantico. Avevi guidato tutta la notte, eri sudato e stropicciato. Facevi davvero pietà, ma guardasti ancora la donna decidendo di tentare con un coraggio che non credevi d'avere.
“Vorrei ringraziarti. Possiamo pranzare assieme? Lo so di non essere molto presentabile, però...”
“Non preoccuparti.”
“Sul serio, mi farebbe piacere.”
Sorrideva di nuovo. “Intendevo che non importa come sei messo, un posto senza troppe pretese riusciamo a trovarlo anche qua se scendiamo verso la spiaggia.”
“Perfetto.”

Si chiamava Judith e aveva trentasette anni, quindici più di te. Sembrava molto più giovane, e tu credevi di apparire molto più adulto, come tutti i ragazzi della tua età.
Mentre pranzavate con un paio di toast e un’insalata, notasti la fede al dito. Lei intercettò lo sguardo ma non disse niente.
Ti offrì il bagno della sua camera per fare una doccia. Alloggiava al Sofitel Thalassa, al penultimo piano. Posti che fino a quel momento avevi visto solo in televisione.
Andaste in spiaggia e rimaneste lì tutto il pomeriggio. Sul lungo mare un gruppo di breakers dava spettacolo su ritmi hip-hop mentre le ragazzine griffate lanciavano gridolini entusiasti.
Avresti dovuto proseguire per San Sebastian. Ma a Donostìa, come preferiva chiamarla Judith, ci saresti arrivato solo una settimana più tardi. Con lei. E per poco non finiste presi in mezzo tra un gruppo di dimostranti baschi e due colonne di poliziotti in assetto anti-sommossa.
Ti fa sentire a casa sapere che ovunque tu sia puoi sempre aver paura della polizia.

In effetti sì, era sposata. Ector Hoffter, un marito buono, gentile, e consacrato al lavoro. Che se pure l’aveva amata, se n’era ormai dimenticato.
Amministratore delegato della H&G una multinazionale chimico-farmaceutica di Zurigo di cui il nonno, Hoffter pure lui, era stato il fondatore.
Sapevi che la vostra storia era nata apposta per finire, ma eri convinto lo stesso che sbagliasse a tirare avanti con quel matrimonio. Neppure lei era più innamorata, e per il tempo che siete rimasti assieme hai cercato di capire perché non l’avesse ancora lasciato. Ma lei si trincerava dietro la scusa che le cose non sono mai così semplici e che, ovviamente, tu eri ancora troppo giovane.
Insistevi e non capivi. E in effetti sì, eri troppo giovane..
Poi lei infilava un cd jazz a basso volume nello stereo e la voce di Diana Krall cominciava a cantare… I’ve got you under my skin. Una bottiglia di vino, rosso e forte. L’amore sul terrazzo davanti all’oceano illuminato solo dalla luce del faro.
E le cose diventavano semplici.



exit_hereFoto fonte: PortugePunk's photos

postato da: bartolomeoviana alle ore 08:57 | link | commenti (22)
martedì, 14 marzo 2006
Il cielo continuava a riversare acqua. Scesero per la Ronda de la Universitat, attraversarono Plaça de Catalunya e metà delle Ramblas cercando di non bagnarsi troppo. Nessuno dei due aveva un ombrello. Arrivarono all’altezza della Boqueria e svoltarono a sinistra. Un paio di barboni, alcune turiste ubriache e un punk anacronistico con cane al seguito si riparavano sotto i balconi del vicolo che quasi si toccavano a formare un arco di cemento e ferro arrugginito. Il cane puzzava di cane bagnato, coprendo leggermente l'odore del punk. Guardò le insegne del vicolo e alla fine si fermò davanti a un bar.
Oltrepassarono la doppia porta a vetri e furono accolti nel piccolo locale da un forte odore di fumo.
La musica degli altoparlanti, le voci di decine di clienti e il tintinnio dei bicchieri riempivano l’aria.
La ragazzina guardò il posto con interesse. Una bandiera catalana occupava più di mezza parete dietro al bancone. Altre, di paesi latinoamericani, erano sparse per il locale. Istintivamente cercò quella gialla rossa e blu del suo paese. Lui si soffermò a guardare le immagini che venivano proiettate sul mega-schermo. Foto di turisti transitati nel bar, quasi sempre riducendosi in uno stato penoso.
Il ragazzo al bancone era un vichingo biondo e pallido che lo sovrastava di tutta la testa, con un sorriso allegro che gli attraversava il viso e liquidi occhi chiari.
Ordinò una media.
“Anzi due.”
E se poi è istigazione all’alcolismo chi se ne frega, la ragazzina tanto se ne sarebbe presa una comunque, pensò.
Poggiò i boccali su un tavolino alto e prese due sgabelli, lei lo cercò con gli occhi e lo raggiunse.
“Bello questo posto.”
“Non lo conoscevi?”
“No… stai proprio guadagnando punti.”
Lasciò perdere qualsiasi battuta e pensò a quel che aveva da fare.
“Com’è che lo conosci? Altri ricordi di gioventù?”
“Sì.”
La ragazzina si strinse nelle spalle scrollando appena la testa.

Una barista, bassina, ma visibilmente più adulta della ragazzina, si faceva spazio fra clienti di svariate nazionalità con spintoni e sorrisi, cercando di recuperare i bicchieri vuoti, prima che a qualcuno venisse in mente di usarli in modo molesto. Quelli pieni non correvano nessun pericolo.
Quando arrivò al loro tavolo lui la fermò appoggiandole una mano sull'avambraccio.
“Scusa, un certo Diego lavora ancora qui?”
La ragazza lo fissò per un po’, e alla fine s’illuminò di colpo.
“Sei italiano?”
“Sì.”
“Aspetta un attimo.” Posò il vassoio sul tavolino e sparì dietro il bancone lasciandolo perplesso a fissare il niente. Dopo un attimo ritorno con una foto. “Sei tu, vero? Bart.” Indicò uno dei tre ragazzi.
Fece segno di sì anche se faticava a riconoscersi. Quello in mezzo era Diego e il terzo un amico che ormai non vedeva più da troppo tempo. Si chiese perché, ma non volle rispondersi. Sul retro c’erano le loro firme e una data.
“Diego non l’ho conosciuto, mi hanno detto che è partito per Cuba l’anno prima che venissi a lavorare qui. Per un po’ ha mandato notizie.” Indicò vagamente uno specchio. Lungo il bordo interno della cornice erano infilate una serie di cartoline. “Poi basta. Una leggenda vivente per tutti quelli che lavorano qui.” Era proprio lui. Il tono concitato con cui ne parlava era la migliore conferma che ci si potesse aspettare.
Bart guardò ancora la foto, se lui era cambiato così tanto in dieci anni, chissà Diego com’era diventato. Una mano tesa interruppe il suo rimuginare. “Io mi chiamo Maruja, piacere.”
“Piacere mio.” Le strinse la mano piacevolmente fresca nonostante l'ambiente. “Lei invece non so come si chiama, quindi è meglio che vi presentiate da sole.”
“Già, bello stronzo. Comunque sono Elisa” Concluse rivolta a Maruja.
Bart prese una busta dalla tasca posteriore dei jeans e ne estrasse altre due foto. Una era stata scattata nel bar. L’altra era visibilmente più vecchia.
“Ti ricordi per caso di questa donna? Dovrebbe essere stata qui nell’ultimo mese.”
La barista guardò la foto ma rimase dubbiosa “Posso mostrarla agli altri ragazzi?”
“Mi faresti un favore.”
Elisa prese la seconda foto. La donna era abbracciata a un ragazzo. Sullo sfondo si vedeva un porto che non riconobbe.
“Questo qui eri sempre tu?”
Piegò la testa in segno affermativo.
“Cavolo quanto sei peggiorato. Lei invece è molto bella.”
“Già.”
“Strano che sia stata con te.”
“Sei un tesoro.”
“Lo so.” Gli sorrise più bimba che mai e lui fu tentato di passarle una mano fra in capelli, ma si trattenne sentendosi un incrocio fra un deficiente e un personaggio da soap-opera. Posto che sia possibile percepire la differenza.
Pensò che in fondo non era affatto male come compagnia in quella città straniera che aveva sempre amato.
“Vado a fare il pieno e quando torno voglio un bel racconto.”


sublte_glowFoto fonte: sosarem's photos

postato da: bartolomeoviana alle ore 16:36 | link | commenti (18)
martedì, 07 marzo 2006
Una seconda risata scomposta entrò nella stanza. Aprì gli occhi strofinando le palpebre appiccicate. Quattro olandesi strette nell’angolo cottura, stavano preparando un pastone di verdure bollite, riso e salse strane.
Cercò di metterle a fuoco attraverso il rettangolo della porta aperta.
Roba che non darei neppure al mio cane; se ne avessi uno.
Quando le risate e il vociare invadente s'interrompevano, i lamenti di una chitarra regalavano qualche secondo di pace. Maglietta scolorita del Che e un volto chiazzato da peli incolti, il musicista seduto a gambe incrociate su un tavolino suonava con gl'occhi chiusi e un trasporto eccessivo. Beandosi di quella posa e completamente ignorato dalle quattro ragazze.
Farebbe meglio ad aiutarle con la bottiglia di rosso scadente che stanno vuotando.
Dalla finestra della camera la pioggia entrava a bagnare un irlandese ubriaco che dormiva vestito, sul materasso zuppo, lavandogli il vomito dal viso.
Gioventù di merda, sussurrò fra i denti.
Ogni tanto un fulmine illuminava le pareti del vicolo.
Pioggia a Barcellona il cinque di agosto.
Quando la cucina divenne silenziosa saltò giù dal letto a castello. Le presunte cuoche e il menestrello avevano liberato il campo. Sdraiata sul divano una ragazzina più giovane che aveva già intravisto in camera quand'era arrivato stava leggendo un libro.
Le passò di fianco per vedere il titolo e sbirciare nella canotta bianca. Une dynastie de bourreaux. Si chiese cosa potesse essere una dinastia di bourreaux.
Francesi. Non li aveva mai sopportati. Boriosi, ignoranti e cafoni. Un po' troppo simili a lui.
Eppure era lì per trovarne una.
Prese una pentola appoggiata vicino al lavello e la riempì d’acqua.
“Sciacquala. Hanno lasciato la schiuma del sapone a seccarsi dentro” disse la ragazzina in spagnolo.
“Grazie.” Non aveva molta voglia di socializzare.
“Cucini per due? Ti va?”
“Io e te?”
La ragazzina si alzò e con un gesto plateale della mano indicò il proprio corpo. Le ciocche castane malamente legate le ricadevano fin sul piccolo seno, la bocca un po' troppo grande, i capezzoli liberi che puntavano contro la canotta e il sedere su cui poggiavano i larghi jeans a vita bassa non ammettevano repliche. Sì, aveva anche degli occhi, belli, ma in quel momento non li vide neppure.
“Preferisci l'ubriaco di là?”
“Non preferisco nessuno, comunque ok. Cosa significa bourreaux?”
“Boia.”
La guardò leggermente perplesso.
“E’ la storia di una dinastia di boia che lavorava durante la rivoluzione francese. S’imparano un mucchio di torture interessanti.”
“Che ovviamente ti verranno utili ogni giorno… Sei francese?” Mentre parlava aveva pulito la pentola e messo l’acqua a bollire. Adesso stava preparando un soffritto per cuocere le code di gambero. Sorrise alla cipolla che imbiondiva profumando l'aria, sentendosi un po’ Pepe Carvalho in una Barcellona che non era altrettanto sua.
“Colombiana. Studio in una scuola privata vicino a Parigi.”
Una bambina ricca. E con i pregiudizi tipici del perbenismo di cui era diventato vittima pensò all'unico modo in cui si possono far soldi in Colombia. Esportando caffè; ottimo caffè colombiano.
“Com’è che sei qui?”
“Vacanza, come tutti. Quello fuori posto sei tu. Che ci fa un vecchio in un ostello di Barcellona?”
“Vecchio?” Chiese con una tono un po’ troppo aspro.
“Quanti anni hai?”
“Trenta.”
“Lo vedi? Ne hai quasi il doppio di me.” Lo sguardo interrogativo la spinse a continuare. “Sedici. Pensavi di più, vecchio?”
“Almeno un paio.”
Scolò la pasta e la unì al sugo facendoli saltare per qualche secondo in una padella.
La legge italiana punisce con almeno due anni di carcere i rapporti sessuali con una minorenne, chissà a quanto ammonta la pena in Spagna.
“Comunque non mi hai detto che ci fai qui.” La ragazzina prese due lattine di birra dal frigo appoggiandone una sul tavolo. Fece saltare la linguetta dell'altra e ne bevve un lungo sorso.
“Ti fa male.”
“Sì, anche fumare e scopare dicono. Cosa preferiresti vedermi fare mentre mangiamo?”

Mangiarono in silenzio, finendo una rete da sei di lattine.
“A vederti adesso non sembri tanto male come stamattina.”
“Sarà l’alcool che annebbia la vista. Com’ero stamattina?”
Pensò che stava bevendo troppo davvero. Il fantasma dei passati dolori al fegato si fece strada fra i ricordi più neri.
“Lo sai, tutto ben vestito, composto, pettinato. Con l’aria di uno che la notte dorme. Per questo mi sembrava strano vederti qui.”
“Infatti avevo prenotato in albergo. Poi sono passato qui sotto e mi sono ricordato di una vacanza fatta a vent’anni.”
“Ricordi da anziano.”
“Qualcosa di simile” Prese un’altra birra dal frigo.
“Non hai detto che fa male?”

Vecchi jeans sdruciti una camicia blu e un paio di sandali.
“Sembri meno vecchio così. Dove vai?”
“Fuori.”
“Vengo anch’io.”
Stava per dirle di no, ma lasciò perdere.


Amanecer, lluvia en BarcelonaFoto fonte: notarivs' photos

postato da: bartolomeoviana alle ore 09:13 | link | commenti (13)